giovedì 22 ottobre 2009

Congresso Cgil, l'unità obbligatoria è un errore


Di Alberto Larghi, Valter Tanzi e Fausto Ortelli


Il percorso congressuale è già cominciato. Il congresso avviene in un momento senza precedenti nella vita sociale e sindacale del paese: la crisi, gli accordi separati, la politica autoritaria del governo, i diversi comportamenti contrattuali nella Cgil. La portata della crisi, la sua durata (ancora lunga), i suoi effetti nell'immediato, moltiplicazione delle ore della cassa integrazione, riduzione non contingente dei volumi, aumento appunto strutturale della disoccupazione stimata dall‘organizzazione mondiale del lavoro in 50 milioni di nuovi disoccupati. Vi è poi una peculiarità italiana che è data dalla dimensione delle imprese nostrane, società nella stragrande maggioranza dei casi con un numero esiguo di addetti, sorrette da una altrettanto esigua capitalizzazione senza speranza di trovare sostegno dal sistema bancario.In ultimo, c'è il quadro politico dominato dalle destre peggiori d'Europa. Esse sono espressione del peggior affarismo, autoritarismo con tratti fascisti, insomma ingredienti non nuovi nella storia del nostro paese. Queste destre traggono linfa e hanno costruito il loro blocco sociale interclassista, proprio sulla "debolezza" del sistema produttivo italiano e sulla difficoltà di rendere esigibili alcuni fondamentali diritti sindacali.Ora, l'attacco ai diritti attraverso la destrutturazione del contratto nazionale, fa parte di un disegno organico di complessivo attacco alla democrazia sostanziale dentro il quale giocano un ruolo complice Cisl e Uil che operano come veri e propri sindacati di regime. Se questo è il quadro (naturalmente semplificato), noi per assolvere al meglio al nostro ruolo e per contribuire a rilanciare un'idea alternativa di uscita dalla crisi, di tutto abbiamo bisogno tranne che ripetere il congresso passato, dominato dal falso unanimismo accompagnato dalla spartizione dei posti, col risultato che oggi è vero che la Cgil non ha firmato il protocollo di controriforma della contrattazione, ma è vero anche che, per usare un eufemismo, stenta a costruire una durevole opposizione confederale.Il prossimo congresso dovrebbe rispondere a qualche semplice questione: i contratti sono di proprietà delle burocrazie o dei lavoratori che di conseguenza hanno il diritto indisponibile al voto? L'unità è frutto di una idea e pratica condivise o un patchwork dove ognuno mette un pezzettino che è in contraddizione con quello dell'altro? Gli enti bilaterali che legano in un rapporto perverso sindacato e impresa sono uno strumento da utilizzare a go-go come nel commercio e nell'edilizia o vanno perlomeno ripensati? E infine, gli accordi separati, come quello dei meccanici, sono un problema di una categoria che troppe volte viene definita anche in casa nostra massimalista, fuori dalla modernità o sono la punta di una offensiva che si propone di cancellare la confederazione? Quindi un problema confederale al quale si risponde non con il comunicato ma con azioni comuni.La prima parte dell'articolo del compagno Lareno ( Liberazione del 16 ottobre 2009) esprime considerazioni che sono patrimonio di tutti, è la parte conclusiva che non risponde adeguatamente alla analisi da lui fatta. La Cgil si è trovata in estrema difficoltà dopo il crollo del governo amico e deve ancora recuperare una linea in grado di contrastare le politiche della Confindustria e del governo e la divisione sindacale.L'assenza di una piena autonomia del sindacato nella contrattazione e quindi l'abbandono della concertazione, l'assunzione della democrazia sindacale come vincolo nei comportamenti dei gruppi dirigenti e nei rapporti unitari, la totale autonomia e indipendenza dai partiti e dagli schieramenti politici non sembrano essere gli obbiettivi dell'attuale gruppo dirigente di questa organizzazione e quindi l'appello perché si faccia un congresso con un documento unico, senza sciogliere questi nodi di fondo, non risponde alla necessità di costruire una vera svolta. Insomma, abbiamo bisogno di una discussione vera che ci conduca ad una pratica che è un tutt'uno con le aspettative della nostra gente. Non ci serve un'unione sacra e finta perché il nemico è cattivo e ci vuol distruggere salvo poi far poco per fermarlo. Non serve dire che bisogna stare tutti uniti in un momento difficile, che ragioni di fondo per dissentire non ce ne sono e quindi, un congresso a mozioni alternative sarebbe nefasto. Non dobbiamo far l'errore di sedimentare nella nostra discussione la logica dell'emergenza oggi, come quella dell'unità obbligatoria perché c'era il centro sinistra ieri. Serve una linea chiara oggi per non tornare a ridividerci domani e questa unità si può raggiungere anche partendo da posizioni alternative, confrontandole con i nostri iscritti.Alberto Larghi (Fiom Milano) Valter Tanzi (Cgil Lombardia) Fausto Ortelli (Cgil Lombardia)

lunedì 19 ottobre 2009

Regionali, prova a rischio per il Pd


Paolo Natale

su Essere Comunisti


È l’ultimo appello, prima del lungo riposo che ci porterà alle consultazioni politiche del 2013, se la legislatura dovesse finire regolarmente. Le regionali del prossimo anno saranno il banco di prova che ci terremo a mente per molto tempo, e che diventerà la pietra di paragone per comprendere lo stato di salute dei partiti. Dopo quella data, soltanto prove parziali, sondaggi più o meno validi, dichiarazioni di popolarità di questo o quell’uomo politico, o dei vari leader dei diversi partiti. Ma nulla di concreto, soltanto chiacchiere virtuali. Le consultazioni della prossima primavera diventano dunque importanti per definire i rapporti di forza con cui andremo fino alla fine della legislatura. E delineeranno i “colori” dei territori italiani: un pezzo di verde leghista nel nord, un altro verde democratico nel centro, l’azzurro delle libertà un po’ dovunque.Cinque mesi all’appuntamento fatidico del 21-22 marzo 2010.Quali sono oggi le più probabili conformazioni dei vincitori? Innanzitutto, occorre sottolineare come i possibili confronti che si andranno a fare, con le consultazioni precedenti, saranno giocoforza molto negative per la compagine di centrosinistra. Nel 2005, lo ricordiamo tutti, essa fece infatti un quasi en-plein nelle regioni chiamate allora al voto: la formazione guidata da Berlusconi riuscì infatti a confermare solamente i governatori di Lombardia e Veneto, Formigoni e Galan, uscendo sconfitta in tutte gli altri territori.Pensare oggi di avvicinarsi sia pur lontanamente a quel risultato sarebbe una vera e propria chimera per il centrosinistra. Ma vediamo nel dettaglio quali potrebbe essere questi colori territoriali: in Lombardia la nuova ricandidatura di Formigoni (la quarta) porterà senza alcun dubbio alla sua riconferma. L’unica chance per la formazione avversaria di poterlo battere sarebbe quella di presentare il cardinale Tettamanzi, il solo in grado (come un tempo il cardinal Martini) di sconfiggere il centrodestra, e anche in questo caso con forti incertezze.Allo stesso modo, nel Veneto non esistono margini di competizione, sebbene la sostituzione di Galan con un corridore leghista (Zaia, Tosi, Gobbo?) potrebbe portare qualche malumore nell’elettorato del Popolo delle libertà. Soltanto lo stesso Galan, impegnato in un’alleanza con il centrosinistra, potrebbe far nascere qualche speranza per la compagine dell’opposizione.Nemmeno Piemonte e Liguria, pur con governatori attualmente di centrosinistra, vivono momenti tranquilli: Bresso e Burlando (se si ricandiderà) sono entrambi a rischio. Qualche speranza aggiuntiva potrebbero averla in caso di candidato avversario leghista, anche qui non particolarmente appetito dai sostenitori di una parte del Pdl. Abbastanza scontate in Emilia-Romagna e Toscana le vittorie di Errani e Martini (?) che rimarranno probabilmente, forse con l’Umbria e la Basilicata, le uniche regioni a restare colorate di verde democratico.Fortemente a rischio la Marche, ma dipenderà molto in questo caso dai candidati, e il Lazio, dove la possibile contesa tra Marrazzo e Polverini si preannuncia serrata. Sicuramente persa per Bassolino la gara campana e per Loiero (o per il suo sostituto) quella calabrese. Rimane la Puglia, dove la pur buona performance di Vendola come presidente è molto probabile non gli permetterà la riconferma. La Basilicata infine, nuovo baluardo tradizionale del centrosinistra, dovrebbe riconfermare la giunta uscente.Lo stato dei rapporti di forza che uscirà il prossimo anno ci raccontano dunque di un’Italia che muta drasticamente la propria configurazione elettorale: al centrosinistra rimarranno probabilmente 4 o 5 regioni delle 11 che aveva nel 2005, mentre il centrodestra – contando anche le attuali maggioranze in Sardegna, Abruzzo, Molise e Sicilia – arriverà a governare in quasi il 75 per cento del territorio nazionale. A meno, naturalmente, che il Pd risorga dalle proprie ceneri…