giovedì 22 ottobre 2009

Congresso Cgil, l'unità obbligatoria è un errore


Di Alberto Larghi, Valter Tanzi e Fausto Ortelli


Il percorso congressuale è già cominciato. Il congresso avviene in un momento senza precedenti nella vita sociale e sindacale del paese: la crisi, gli accordi separati, la politica autoritaria del governo, i diversi comportamenti contrattuali nella Cgil. La portata della crisi, la sua durata (ancora lunga), i suoi effetti nell'immediato, moltiplicazione delle ore della cassa integrazione, riduzione non contingente dei volumi, aumento appunto strutturale della disoccupazione stimata dall‘organizzazione mondiale del lavoro in 50 milioni di nuovi disoccupati. Vi è poi una peculiarità italiana che è data dalla dimensione delle imprese nostrane, società nella stragrande maggioranza dei casi con un numero esiguo di addetti, sorrette da una altrettanto esigua capitalizzazione senza speranza di trovare sostegno dal sistema bancario.In ultimo, c'è il quadro politico dominato dalle destre peggiori d'Europa. Esse sono espressione del peggior affarismo, autoritarismo con tratti fascisti, insomma ingredienti non nuovi nella storia del nostro paese. Queste destre traggono linfa e hanno costruito il loro blocco sociale interclassista, proprio sulla "debolezza" del sistema produttivo italiano e sulla difficoltà di rendere esigibili alcuni fondamentali diritti sindacali.Ora, l'attacco ai diritti attraverso la destrutturazione del contratto nazionale, fa parte di un disegno organico di complessivo attacco alla democrazia sostanziale dentro il quale giocano un ruolo complice Cisl e Uil che operano come veri e propri sindacati di regime. Se questo è il quadro (naturalmente semplificato), noi per assolvere al meglio al nostro ruolo e per contribuire a rilanciare un'idea alternativa di uscita dalla crisi, di tutto abbiamo bisogno tranne che ripetere il congresso passato, dominato dal falso unanimismo accompagnato dalla spartizione dei posti, col risultato che oggi è vero che la Cgil non ha firmato il protocollo di controriforma della contrattazione, ma è vero anche che, per usare un eufemismo, stenta a costruire una durevole opposizione confederale.Il prossimo congresso dovrebbe rispondere a qualche semplice questione: i contratti sono di proprietà delle burocrazie o dei lavoratori che di conseguenza hanno il diritto indisponibile al voto? L'unità è frutto di una idea e pratica condivise o un patchwork dove ognuno mette un pezzettino che è in contraddizione con quello dell'altro? Gli enti bilaterali che legano in un rapporto perverso sindacato e impresa sono uno strumento da utilizzare a go-go come nel commercio e nell'edilizia o vanno perlomeno ripensati? E infine, gli accordi separati, come quello dei meccanici, sono un problema di una categoria che troppe volte viene definita anche in casa nostra massimalista, fuori dalla modernità o sono la punta di una offensiva che si propone di cancellare la confederazione? Quindi un problema confederale al quale si risponde non con il comunicato ma con azioni comuni.La prima parte dell'articolo del compagno Lareno ( Liberazione del 16 ottobre 2009) esprime considerazioni che sono patrimonio di tutti, è la parte conclusiva che non risponde adeguatamente alla analisi da lui fatta. La Cgil si è trovata in estrema difficoltà dopo il crollo del governo amico e deve ancora recuperare una linea in grado di contrastare le politiche della Confindustria e del governo e la divisione sindacale.L'assenza di una piena autonomia del sindacato nella contrattazione e quindi l'abbandono della concertazione, l'assunzione della democrazia sindacale come vincolo nei comportamenti dei gruppi dirigenti e nei rapporti unitari, la totale autonomia e indipendenza dai partiti e dagli schieramenti politici non sembrano essere gli obbiettivi dell'attuale gruppo dirigente di questa organizzazione e quindi l'appello perché si faccia un congresso con un documento unico, senza sciogliere questi nodi di fondo, non risponde alla necessità di costruire una vera svolta. Insomma, abbiamo bisogno di una discussione vera che ci conduca ad una pratica che è un tutt'uno con le aspettative della nostra gente. Non ci serve un'unione sacra e finta perché il nemico è cattivo e ci vuol distruggere salvo poi far poco per fermarlo. Non serve dire che bisogna stare tutti uniti in un momento difficile, che ragioni di fondo per dissentire non ce ne sono e quindi, un congresso a mozioni alternative sarebbe nefasto. Non dobbiamo far l'errore di sedimentare nella nostra discussione la logica dell'emergenza oggi, come quella dell'unità obbligatoria perché c'era il centro sinistra ieri. Serve una linea chiara oggi per non tornare a ridividerci domani e questa unità si può raggiungere anche partendo da posizioni alternative, confrontandole con i nostri iscritti.Alberto Larghi (Fiom Milano) Valter Tanzi (Cgil Lombardia) Fausto Ortelli (Cgil Lombardia)

lunedì 19 ottobre 2009

Regionali, prova a rischio per il Pd


Paolo Natale

su Essere Comunisti


È l’ultimo appello, prima del lungo riposo che ci porterà alle consultazioni politiche del 2013, se la legislatura dovesse finire regolarmente. Le regionali del prossimo anno saranno il banco di prova che ci terremo a mente per molto tempo, e che diventerà la pietra di paragone per comprendere lo stato di salute dei partiti. Dopo quella data, soltanto prove parziali, sondaggi più o meno validi, dichiarazioni di popolarità di questo o quell’uomo politico, o dei vari leader dei diversi partiti. Ma nulla di concreto, soltanto chiacchiere virtuali. Le consultazioni della prossima primavera diventano dunque importanti per definire i rapporti di forza con cui andremo fino alla fine della legislatura. E delineeranno i “colori” dei territori italiani: un pezzo di verde leghista nel nord, un altro verde democratico nel centro, l’azzurro delle libertà un po’ dovunque.Cinque mesi all’appuntamento fatidico del 21-22 marzo 2010.Quali sono oggi le più probabili conformazioni dei vincitori? Innanzitutto, occorre sottolineare come i possibili confronti che si andranno a fare, con le consultazioni precedenti, saranno giocoforza molto negative per la compagine di centrosinistra. Nel 2005, lo ricordiamo tutti, essa fece infatti un quasi en-plein nelle regioni chiamate allora al voto: la formazione guidata da Berlusconi riuscì infatti a confermare solamente i governatori di Lombardia e Veneto, Formigoni e Galan, uscendo sconfitta in tutte gli altri territori.Pensare oggi di avvicinarsi sia pur lontanamente a quel risultato sarebbe una vera e propria chimera per il centrosinistra. Ma vediamo nel dettaglio quali potrebbe essere questi colori territoriali: in Lombardia la nuova ricandidatura di Formigoni (la quarta) porterà senza alcun dubbio alla sua riconferma. L’unica chance per la formazione avversaria di poterlo battere sarebbe quella di presentare il cardinale Tettamanzi, il solo in grado (come un tempo il cardinal Martini) di sconfiggere il centrodestra, e anche in questo caso con forti incertezze.Allo stesso modo, nel Veneto non esistono margini di competizione, sebbene la sostituzione di Galan con un corridore leghista (Zaia, Tosi, Gobbo?) potrebbe portare qualche malumore nell’elettorato del Popolo delle libertà. Soltanto lo stesso Galan, impegnato in un’alleanza con il centrosinistra, potrebbe far nascere qualche speranza per la compagine dell’opposizione.Nemmeno Piemonte e Liguria, pur con governatori attualmente di centrosinistra, vivono momenti tranquilli: Bresso e Burlando (se si ricandiderà) sono entrambi a rischio. Qualche speranza aggiuntiva potrebbero averla in caso di candidato avversario leghista, anche qui non particolarmente appetito dai sostenitori di una parte del Pdl. Abbastanza scontate in Emilia-Romagna e Toscana le vittorie di Errani e Martini (?) che rimarranno probabilmente, forse con l’Umbria e la Basilicata, le uniche regioni a restare colorate di verde democratico.Fortemente a rischio la Marche, ma dipenderà molto in questo caso dai candidati, e il Lazio, dove la possibile contesa tra Marrazzo e Polverini si preannuncia serrata. Sicuramente persa per Bassolino la gara campana e per Loiero (o per il suo sostituto) quella calabrese. Rimane la Puglia, dove la pur buona performance di Vendola come presidente è molto probabile non gli permetterà la riconferma. La Basilicata infine, nuovo baluardo tradizionale del centrosinistra, dovrebbe riconfermare la giunta uscente.Lo stato dei rapporti di forza che uscirà il prossimo anno ci raccontano dunque di un’Italia che muta drasticamente la propria configurazione elettorale: al centrosinistra rimarranno probabilmente 4 o 5 regioni delle 11 che aveva nel 2005, mentre il centrodestra – contando anche le attuali maggioranze in Sardegna, Abruzzo, Molise e Sicilia – arriverà a governare in quasi il 75 per cento del territorio nazionale. A meno, naturalmente, che il Pd risorga dalle proprie ceneri…

mercoledì 4 febbraio 2009

Spagna, l'eccezione fa crack


Di Maurizio Matteuzzi, su Il Manifesto del 04-02-2009

La crisi non risparmia il paese più invidiato d'Europa per le sue performance politiche, economiche e sociali, ma per ora non lo spinge a destra: Zapatero non perde e non guadagna popolarità. Non si ferma però la discesa agli inferi della sinistra radicale


Dalla Spagna delle meraviglie alla Spagna degli orrori? In pochi mesi il paese più lodato e invidiato d'Europa per le sue performances economiche, politiche e anche sociali sembra essersi rovesciato nel suo contrario. E oggi rischia di divenire quello dell'euro-zona che paga il conto più salato del crack della finanza e dell'economia mondiali.
Tutti gli indici che destavano tanta ammirazione sono saltati. Per il 2009 (e quanti anni a seguire?), secondo le nere previsioni fornite pochi giorni fa dal super-ministro dell'economia Pedro Solbes, recessione (fra l'1.6 e il 2%), disoccupazione in aumento vertiginoso (11-12% nel 2008, 16-19% nel 2009 contro la media europea del 9.3), superavit fiscale convertito in un deficit pubblico da far inorridire Maastricht (meno 5.8% quest'anno), solvibilità finanziaria per la prima volta messa in dubbio dall'agenzia di rating Standard & Poor's. «Solbes anuncia la peor recesion en medio siglo», ha titolato El Pais, «La fiesta è finita» l'Economist.
Era ovvio che la Spagna non avrebbe potuto essere risparmiata dall'uragano. Ma il premier socialista José Luis Rodriguez Zapatero è stato prima reticente a vederlo arrivare, poi lento a rispondere, e anche ora si aggrappa alla speranza che «la Spagna è meglio attrezzata di altri» a resistere o - come il garrulo Tremonti in Italia - che le previsioni più nere si rivelino infondate. Di fronte alla cruda realtà dei fatti, fra ottobre e novembre, ha dovuto darsi da fare: 50 poi 100 miliardi di euro alle banche per facilitare la liquidità e il credito, 11 miliardi per un programma straordinario di investimenti pubblici.
Più di don Carlos Marx, a cui secondo il Times di Londra la crisi sta facendo vivere una seconda giovinezza, lord Keynes. Tuttavia la Spagna zapaterista conferma una sua specificità: è fra i pochissimi paesi in cui la crisi - per il momento almeno - non butta a destra. Quasi un anno dopo le elezioni del marzo 2008, i sondaggi indicano che se Zapatero - come è spiegabile - non guadagna in popolarità, almeno non perde e Mariano Rajoy, il leader del Partido popular non sembra saper approfittare della crisi per conquistare consensi.
Rajoy non avanza sulla destra, però neanche Izquierda unida avanza sulla sinistra. Come se la sinistra spagnola, nel quadro del bipartitismo forzoso uscito dalla transizione e del mainstream dopo la caduta del muro, non potesse essere altra cosa, nel bene e nel male, che il Psoe.
La discesa agli inferi della sinistra radicale spagnola presenta una certa analogia con quella della sinistra radicale italiana. Anche Iu parla di «rifondazione» (o sparizione) entro il 2010, in vista delle elezioni del 2012. Dal voto del 9 marzo scorso è uscita con le ossa rotte. Vittima del «voto utile» chiesto da Zapatero, della paura di un ritorno al potere della destra dopo gli 8 anni di Aznar, di una legge elettorale iniqua e, soprattutto, dei propri equivoci ed errori che vengono ormai da almeno un decennio o addirittura dalla sua nascita nell'86 sull'onda del referendum (onorevolmente perduto) per decidere l'entrata della Spagna nella Nato e del «tradimento» del Psoe, passato dal no al sì dopo il trionfo di Felipe Gonzalez nelle elezioni dell'82. 
Il 9 marzo Iu ha avuto il 3.8% dei voti, l'1.2% in meno dell'aprile 2004, quando Zapatero vinse a sorpresa la prima volta. Da 8 a 5 seggi nel 2004, da 5 a 2 seggi nel 2008. Una sinistra residuale, non ancora extra-parlamentare come in Italia ma sulla stessa strada. Se non cambia qualcosa, anzi tutto.
Non è capzioso il discorso su una legge elettorale che fin dal '77 premia eccessivamente i due partiti maggiori e quelli regionali ma penalizza i partiti nazionali minori: nel marzo 2008 il Psoe e il Pp con l'80% dei voti hanno avuto il 90% dei seggi. Con un sistema proporzionale oggi siederebbero alle Cortes 12 deputati di Izquierda unida invece di 2. Ogni seggio le è costato 481 mila voti, 7 volte di più che al Psoe e al Pp, quasi 10 volte di più che ai nazionalisti baschi del Pnv.
Tuttavia non è solo il costo di una legge che garantisce la governabilità ma «fucila la democrazia». Izquierda unida nacque dopo il crollo del Pce di Santiago Carrillo nelle elezioni dell'82, quando il Psoe sfondò e i comunisti crollarono al 4% con 4 deputati. Nel '79 avevano avuto il 10.8% e 23 seggi e quello fu e resta il loro miglior risultato dalla morte di Franco nel '75 e l'avvento della transizione democratica. Eppure fu al tempo stesso deludente perché il Pce, il partito che aveva più resistito al franchismo e pagato il prezzo maggiore alla repressione, non era più il partito egemone della sinistra (nonostante la sua moderazione sancita nei Patti delle Moncloa e nell'accettazione della monarchia) ma arrancava molto indietro al Psoe «rinnovato» e moderato dei giovani Felipe Gonzalez e Alfonso Guerra vittoriosi nel congresso di Suresnes del '74. Dopo la débacle dell'82 un comunista spritoso disse che il grande Pce della Pasionaria, di Carrillo e di Marcelino Camacho «stava tutto in un taxi», dopo quella del marzo scorso qualcuno ha ripreso e aggiornato quella battuta amara: «ora basta una bicicletta».
Iu era nata come una «formazione plurale», imperniata sul Pce - o i suoi resti dopo la breve avventura e le speranze deluse dell'euro-comunismo - ma aperto a nuove forze non strettamente comuniste. Socialisti critici, socialdemocratici di sinistra, cattolici progressisti, ecologisti, femministe, pacifisti. Quel progetto in larga misura è rimasto sulla carta. Julio Anguita, il «califfo rosso» (e sindaco) di Cordoba, divenuto segretario del Pce e coordinatore generale di Iu dall'89 al 2000, recuperò voti e seggi, cercò - insieme al Pp di Aznar da destra - di stringere il Psoe di un Gonzalez sempre più eroso dal potere (e dalla corruzione) in una «pinza» e di spingerlo una volta per tutte al centro. Ma a trarre i frutti politici di quella strategia «di sinistra» che faceva di Psoe e Pp «due facce della stessa medaglia liberista» fu la destra di Aznar, che vinse le elezioni del '96. Dal 2000 fino al novembre scorso Iu si è dedicata a un'incessante opera di masturbazione politica fra l'apparato del Pce e le altre 3 o 4 «famiglie» interne. Un infighting senza soste fra quella che il saggista Antonio Elorza, antico militante di Iu, chiama «la minoranza paleo-comunista» guidata, dopo il ritiro di Anguita, da Francisco Frutos e Felipe Alcaraz, e il coordinatore generale Gaspar Llamazares, anche lui con tessera del Pce del resto, costretto a dimettersi dopo la catastrofe del marzo 2008. Alla fine di novembre un'assemblea federale ha eletto al suo posto Cayo Lara, uno della «minoranza paleo-comunista», che è così riuscita dopo 8 anni nell'intento di riprendere il timone di una nave che assomiglia molto al Titanic. Lara ha auspicato che Iu «la smetta di guardarsi l'ombelico», ha chiesto e promesso fine dei settarismi e unità. E' stata nominata una direzione collegiale di 23 membri e si è data 18 mesi per «rifondarsi». Come? L'apparato del Pce rimproverava a Llamazares troppa «dipendenza» da Zapatero e chiedeva a Iu di non essere più «uno zapaterismo di sinistra» ma una forza «alternativa». «I nostri elettori chiedono più distanza dal Psoe», ha detto Lara nella sua prima intervista da coordinador, criticando la scelta del governo socialista di «prendere i soldi dei contribuenti per tappare i buchi delle banche» e minacciando un prossimo sciopero generale. Come quello del dicembre '88, il primo che i sindacati organizzarono contro il social-liberismo del compagno Felipe Gonzalez, solo che questa volta rischierebbe di essere o apparire come l'alternativa - e quindi una dichiarazione di guerra - alla concertazione sociale sul lavoro e sui salari che è stato il segno distintivo non solo di Candido Mendez, il segretario della Ugt socialista, ma anche di José Maria Fidalgo, il segretario delle Comisiones Obreras (più o meno) «comuniste».
Le proposte di questo impervio cammino verso la rifondazione non sono molto lontane da quelle con cui Iu si presentò vent'anni fa: una «sinistra anticapitalista», una «democrazia radicale», il «federalismo», la «lotta alla corruzione» (dilagante anche in Spagna), l'obiettivo della «terza repubblica», una forza politica «utile».
Un cammino praticabile? «E' la nostra ultima possibilità», dice Rosa Aguilar, apprezzata sindaco di Cordoba, l'ultima delle capitali governata dai comunisti. Ma per Javier Pradera, ex comunista divenuto influente analista del Pais, ormai «Iu non dispone di un proprio spazio politico», e «le sue pene non hanno rimedio né al fianco dei socialisti né senza di loro», perché «come alleato perde l'indipendenza e come avversario favorisce la destra». Al contrario, per l'ex comunista Antonio Elorza «le possibilità esistono»: è vero che Zapatero è stato bravissimo in questi anni a prendere di petto una serie di temi sui diritti civili (soprattutto) e (in minor misura) sociali e politici - il ritiro delle truppe dall'Iraq, le leggi sull'aborto e sulla famiglia, la parità di genere, la violenza maschile, la laicità dello stato, il recupero della memoria storica, l'immigrazione, la chiusura «graduale» delle centrali nucleari -, ma le differenze e gli spazi fra «le due sinistre» restano profondi su altri temi - l'eutanasia e l'ampliamento della legge sull'aborto, la politica fiscale e salariale, la precarietà del lavoro, la «deroga immediata» degli accordi con il Vaticano, la rapida chiusura delle centrali nucleari, il ritiro dei contingenti militari anche dall'Afghanistan, la riforma della «iniqua e anticostituzionale» legge elettorale ...Le possibilità esistono ma resta il dubbio che (anche) in Spagna finiscano per essere solo il requiem della sinistra radicale e l'approdo della disunita Izquierda unida nell'irrilevanza politica. 
(6. Fine. Le precedenti puntate di questa inchiesta sulle sinistre europee di fronte alla crisi, di Alberto D'Argenzio (Strasburgo), Anna Maria Merlo (Francia), Astrit Dakli (Russia), Aldo Garzia (Svezia), Guido Ambrosino (Germania) sono uscite rispettivamente il 14/12 e il 17/12/08, il 2/1, 7/1, 9/1/09).

martedì 3 febbraio 2009

Bertinotti: "È una guerra fra poveri serve un Piano europeo del lavoro"


Di Alessandra Longo su La Repubblica del 03-02-2009
Nella recessione, con il sindacato e la politica fuori gioco, l´operaio è diventato il ventre molle nelle mani della impresa e del mercato 
Quando il lavoro diventa una merce rara, perderlo significa perdere dignità sociale. È una gara per la vita che produce barbarie 

ROMA - Quel che succede in Inghilterra, è figlio della «cattiva globalizzazione», «della deriva liberista assunta dalle istituzioni europee», della «crisi del tessuto sociale», della solitudine degli operai, prima usati «come arma» per una «competizione al ribasso», poi, adesso, con la recessione, scaricati nel nome «della ristrutturazione dell´apparato produttivo». Fausto Bertinotti ragiona sulla protesta dei lavoratori inglesi del Lincolnshire contro i colleghi italiani. «Una lotta orribile - dice - che va condannata in radice - ma le cui ragioni ci obbligano a riflettere perché la tragedia è duplice, per chi subisce e per chi produce l´intimidazione». Per l´ex presidente della Camera c´è il rischio che episodi del genere possano ripetersi, «in una sorta di guerra civile latente». «Per questo andrebbe ripensata radicalmente la Costituzione materiale europea e ci vorrebbe subito, in Europa, un Piano del lavoro».
Presidente, perché questa guerra tra poveri?
«Perché succede così quando c´è penuria di lavoro, quando il lavoro diventa una merce rara e perderlo significa perdere cittadinanza, dignità sociale. E´ una competizione per la vita e per la morte e produce barbarie. Lo stupore di molti nasce da un deficit di memoria. Fatti del genere contrassegnano la storia dell´industrializzazione europea. In Francia, alla fine dell´800, ci fu una strage di operai italiani, linciati perché considerati crumiri...». 
Ma adesso c´è l´Europa.
«Sì e noi continuiamo ad essere abbagliati dai primi gloriosi 30 anni dell´Europa, quelli della ricostruzione dell´unità dei lavoratori, dello stato sociale, del riconoscimento del ruolo del lavoro nelle costituzioni democratiche. E finiamo per non ricordarci cosa sono gli ingloriosi 30 anni successivi. La protesta degli inglesi non nasce dal nulla, si è prodotto un vulnus».
Ce l´ha con la globalizzazione?
«Con la cattiva globalizzazione. Ce l´ho con chi pensava che la globalizzazione potesse essere generatrice di una nuova leva di diritti disconnessi dal lavoro. Ce l´ho con la direttiva Bolkestein che non promuove la libera circolazione dei lavoratori ma produce dumping sociale, estende il contratto di lavoro rumeno anche in Italia».
Lei dice in sostanza: gli inglesi sbagliano ma il malessere nasce dalle mancate risposte...
«La classe dirigente europea ha una responsabilità storica in materia di lavoro. C´è stata una contrazione di diritti, un rovesciamento dei principi alla base delle Costituzioni democratiche, penso a quella francese, a quella italiana. Ogni lavoratore è rimasto solo, prima l´hanno fatto correre come una lepre nel nome della crescita, bassi salari e alta flessibilità, poi, nella fase della recessione, con il sindacato e la politica fuori gioco, con il tramonto della coscienza di classe e del movimento operaio, è diventato il ventre molle da comprimere, nelle mani dell´impresa e del mercato».
Ecco che si arriva alla guerra tra poveri.
«Nel caso degli inglesi, più che di razzismo parlerei di un nazionalismo concorrenziale che nasce dalla paura. Un peccato che, comunque, non può essere assolto».
Dicono: prima noi, poi gli altri.
«Sbagliano. Il primo lo sceglie comunque il sistema ed è quello che gli conviene di più, quasi mai quello che ha più bisogno».
E da dove si parte allora?
«Non c´è verso. Si deve partire dai bisogni dell´ultimo. La parola d´ordine rimane sempre: «Piena e buona occupazione». Senza questo orizzonte non c´è civiltà»
Lei dipinge uno scenario pesante. Non pensa che la sinistra radicale europea abbia fatto una campagna antipatizzante nei confronti della globalizzazione producendo eccessiva diffidenza?
«Niente affatto. Io sono per l´internazionalizzazione del lavoro. La battaglia contro la Bolkestein è stata una battaglia contro la cattiva globalizzazione. Quel che succede oggi dimostra la miopia dei dirigenti europei. Solo poco tempo fa chiunque parlasse di nazionalizzazione delle banche e grandi interventi pubblici nell´economia veniva accolto da sorrisi ironici. Adesso bisognerebbe cogliere la lezione che viene da questo smacco. Adesso bisognerebbe fare subito un Piano del lavoro in Europa per non dover mai scegliere, in futuro, tra l´operaio inglese e quello italiano».

lunedì 2 febbraio 2009

Latorre: la scelta sulla legge elettorale va discussa


Di Susanna Turco, su L'Unità del 02-02-09  


Non hanno in animo di sfasciare il Pd, dicono. 
Chiedono, però, un «supplemento di riflessione» - come minimo sull`opportunità di proseguire per la strada che porterà il Pd a votare (da domani alla Camera) la riforma della legge elettorale europea. 

Fermarsi un momento, riunirsi per valutare «gli effetti politici», votare all`interno dei gruppi se necessario. Il partito dei perplessi, coloro che (da D`Alema a Letta, passando per Follini e oltre) per un verso o per l`altro non si trovano a loro agio nella scelta di introdurre uno sbarramento del quattro per cento nelle elezioni a Strasburgo, non si da per vinto. 

E, anzi, esce come rinvigorito: non solo dall`esplicita presa di posizione di D`Alema («mi domando se al Pd convenga andare avanti per questa strada», ha detto ieri al Messaggero); ma anche dai richiami del responsabile dell`Organizzazione, Beppe Fioroni, che ieri sul Corsera ha invitato a «uscire allo scoperto» chi vuole «ridiscutere» il progetto del Pd. 
«Se porre l`esigenza di una riflessione significa sfasciare il partito, allora vuol dire che siamo alla frutta», attacca il dalemiano Nicola Latorre: «Ma per fortuna non è così. E non si tratta nemmeno di divisioni nel Pd. Si tratta di fare una valutazione seria, rigorosa, ma serena, dell`impatto politico, del contesto in cui si colloca, di quello che innesca, se ha un senso, la scelta di introdurre lo sbarramento alle europee», dice. 

Perché, precisa il deputato Francesco Boccia, «le polemiche sullo sbarramento sono figlie di ragionamenti politici che non possono essere derubricati a complotti interni: c`è la vita del partito, la visione d`insieme della rappresentanza e le alleanze, che incidono pesantemente sugli assetti locali». 
Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, c`è infatti la questione del quanto ci guadagna il Pd a passare come il responsabile della possibile estromissione da Strasburgo dei Vendola e dei Ferrero, dei Fava e dei Diliberto. 
«Già, sono preoccupato che questa decisione possa rappresentare tutt`altro che un vantaggio, in termini elettorali», dice il lettiano Paolo De Castro: «Oltretutto, segnalo che la presunta semplificazione europea è una colossale balla, perché i partiti coi quali noi siamo alleati in tante realtà locali, in Europa si integrano in gruppi già esistenti». 

Anche il presidente della dalemiana Red, dunque, spera in una «riflessione ulteriore» del Pd: «Perché un Porcellum europeo possiamo subirlo, ma non partecipare a costruirlo», chiarisce. 
Già, perché, l`obiettivo ultimo del partito dei perplessi non sarebbe tanto quello di far scendere lo sbarramento dal 4 al 3 per cento, quanto - se si potesse - abbandonare la strada della riforma elettorale. 
In questa fase, almeno. «Una soglia di sbarramento ragionevole sarebbe un`operazione di buonsenso», dice Marco Follini, responsabile informazione del Pd. 

«Ma a questo punto non è questione di discutere di percentuali, quanto di ragionare sull`effetto di un cambio troppo a ridosso del voto: il rischio è indurre chi non è d`accordo, chi sarebbe tagliato fuori dalla competizione, a una controversia che forse ci possiamo risparmiare».

domenica 1 febbraio 2009

Attenzione, è guerra tra proletari ma gli operai inglesi non sono leghisti


Di Tonino Bucci, intervista a Marco Revelli su Liberazione del 01-02-2009

British jobs for british workers. Con questo slogan - lavori britannici per lavoratori britannici - mezza dozzina di raffinerie sono scese in sciopero. Lo hanno in solidarietà con la Lindsey, uno stabilimento sulla costa orientale controllato da una società francese, i cui operai sono entrati in rivolta non appena saputo dell'assunzione di un gruppo di italiani all'indomani di una gara d'appalto. La proverbiale stampa scandalistica inglese l'ha subito messa sul piano della xenofobia, italiani contro inglesi. Però l'effetto immediato della protesta, sostenuta anche dai sindacati locali, è quello. Gli operai inglesi si lamentano per la concorrenza "sleale" dei lavoratori italiani, disponibili ad accettare un posto di lavoro a paghe più basse di quelle normalmente percepite in Gran Bretagna. Le maestranze delle raffinerie dicono che gli italiani gli rubano il posto, che "li hanno presi perché sono pagati meno, ma non sanno lavorare". Insomma, non si può negare che gli operai inglesi siano vittime di un meccanismo economico che porta al ribasso delle condizioni lavorative, epperò qualche segnale inquietante c'è - come sostiene Marco Revelli - in questo intreccio tra voglia di protezionismo e rischio di una resipiscenza della guerra tra popoli e razze.

Nazionalismo e competizione tra lavoratori di diversa nazionalità. La peggiore via di uscita alla crisi che si possa pensare, no?
Mi sembra un segnale inquietante di come la crisi morde sulla società. Non va sottovalutato. Andremo incontro a effetti mostruosi se non ci saranno culture politiche capaci di filtrare gli effetti regressivi della crisi economica e di governarne l'impatto sociale. Sarà la guerra tra poveri se non si costruiscono anticorpi nella cultura politica. C'è un istinto primordiale alla chiusura nazionalistica che si diffonde in tutti i paesi. La crisi enfatizza tutte le fratture nel momento in cui scatta il meccanismo della sopravvivenza. E' la mors tua, vita mea. Non c'è scampo: o hai una cultura politica capace di fare da filtro oppure la risposta è quella che dà Maroni.

Il leghismo avrà pure aspetti folcloristici, però è anche, alla sua maniera, una risposta alla crisi attuale: guerra agli immigrati ed esaltazione del suolo delle piccole patrie. Sarà il modello per il futuro come dimostra la vicenda inglese?
L'istinto della Lega a chiudere i confini nei confronti dei migranti qui ci ritorna sulla testa. La stessa cosa succede allo specchio nei confronti dei lavoratori italiani in Gran Bretagna. E domani potrebbe scattare un analogo meccanismo di rifiuto delle merci italiane da parte dei tedeschi. I nostri politici che speculano su questi istinti belluini giocano col fuoco.

L'unica differenza è che il leghismo italiano soffia sull'odio per gli immigrati che fanno i lavori in basso nella gerarchia sociale, mentre in Gran Bretagna la contesa riguarda lavoratori qualificati. Non è così?
Questo dipende dal fatto che l'Inghilterra nella divisione internazionale del lavoro si colloca a un livello più alto. La competizione si gioca perciò all'interno della gerarchia sociale anche al livello dei tecnici. Ma non c'è una differenza qualitativa. E' che la composizione sociale italiana è appiattita sui lavori a bassa qualificazione, quindi la guerra si fa contro i maghrebini, gli africani e i rumeni. Alla radice ci sta l'alternativa tra il potenziale di imbarbarimento che ha la crisi e le culture politiche che possono costruire anticorpi. Il problema è che queste culture politiche sono collassate. Anche all'interno del mondo del lavoro fa presa la seduzione del leghismo.

Appunto. Dietro la protesta "antitaliana" degli operai britannici ci sono anche i sindacati locali. Avranno anche le loro ragioni, ci sono posti di lavoro a rischio, però così facendo non rischiano di incrementare la guerra tra "proletari"?
Probabilmente in questo meccanismo è coinvolta anche una parte del mondo sindacale. Il fenomeno è determinato anche dalla diversa collocazione dell'Inghilterra nella divisione internazionale del lavoro. La Gran Bretagna ha sperimentato i guasti dell'ultra-liberismo. Conserva nella memoria la follia thachteriana prima e blairiana. L'apertura delle frontiere del mercato è servita come clava per massacrare la parte organizzata del mondo del lavoro e delle Unions. L'Inghilterra si è affidata al neoliberismo in forma più radicale rispetto all'Italia. La vicenda di questi giorni mi sembra un colpo di rimbalzo inquietante e, direi, anche comprensibile in questo quadro.

In fondo parliamo di una costante classica nella storia del movimento operaio. Si potrebbe risalire allo stesso Marx che nel cosiddetto "Discorso sul libero scambio" stigmatizzava il protezionismo come forma di conservatorismo. Insomma, cosa deve fare un sindacato, tutelare i lavoratori dalla concorrenza "sleale" degli stranieri oppure abbracciare la filosofia della libera circolazione di merci ed esseri umani?
Se non hai una forte cultura dell'internazionalismo proletario, una cultura della solidarietà di classe tra lavoratori al di là dei confini, allora la reazione istintiva è quella là, la guerra tra poveri. Poi questa guerra potrà esprimersi ai livelli più alti nei paesi a maggior contenuto tecnologico e di maggior qualificazione della forza lavoro come è l'Inghilterra. Qui da noi probabilmente non avremmo un moto di rivolta contro gli ingegneri inglesi che venissero a gestire degli impianti sofisticati in Italia per la semplice ragione che di impianti sofisticati ne abbiamo pochi. Quelli che vengono a costruire impianti mediamenti sofisticati in Italia lo fanno perché i salari dei nostri ingegneri sono più bassi di quelli dei paesi centrali. La ragione è solo questa. quando la Motorola ha aperto i suoi stabilimenti a Torino ha assunto un centinaio di ingegneri italiani. Perché costavano di meno di quelli inglesi, tedeschi, giapponesi o americani. Poi ha deciso di chiudere e li ha licenziati. Se oggi in Inghilterra si ricorre al subappalto di imprese ad alta qualificazione italiane è perché qui i salari anche di operai altamente specializzati sono stipendi da fame. I nostri lavoratori che vanno là vanno in dumping. Il meccanismo economico è quello. E' un segnale che ci dimostra quanto sfasciato sia il nostro mondo del lavoro, visto che la nostra manodopera, persino quella altamente qualificata, risulta conveniente per gli altri paesi europei.

Non a caso i lavoratori inglesi protestano perché gli italiani accettano di fare un lavoro qualificato a paghe più basse e così facendo spingono al peggioramento delle condizioni lavorative e della forza contrattuale di tutti gli altri. Sbagliano?
Non hanno tutti i torti. E comunque hanno molte più ragioni di quanto non ne abbiano i padani nell'alzare barricate contro i maghrebini che vengono a fare lavori che gli italiani non farebbero.

Insomma questi operai inglesi non sono come li dipinge il giornale "Libero" che incita a imparare da loro come si difendono i posti di lavoro...
Il meccanismo è lo stesso di Maroni ma in condizioni molto diverse. I nostri lavoratori in Inghilterra sono lavoratori sottopagati che si collocano allo stesso livello di qualificazione dei lavoratori inglesi, mentre i nostri migranti non in competizioni con la maggior parte dei nostri lavoratori.

Dal punto di vista della nostra cultura politica dobbiamo prepararci a questo scenario. Ormai sempre più governi annunciano misure a favore dei lavoratori dei propri paesi a partire dagli Usa di Obama. O no?
Il mondo orribile del neoliberismo ha al di sotto una dimensione ancora più orribile che è quella del mondo post-neoliberista e iperprotezionista. E' quello che successe tra gli anni 20 e 30. Prepara le peggiori catastrofi belliche, razziali, totalitarie. Il rimbalzo protezionista dopo l'ubriacatura liberista è micidiale.

Può innescare una spirale in fondo alla quale c'è la guerra e la recrudescenza dei conflitti di razza. Dalla crisi del '29 si è usciti con la Seconda guerra mondiale, mica con il New Deal. Anche l'economista Samuelson dice di stare attenti all'iperprotezionismo del quale, a casa nostra, è interprete Tremonti...
Certo, il protezionismo ha dentro di sé la guerra. Tremonti è molto inquietante in questa sua involuzione verso il demos, cioè verso quella dimensione che negli anni Trenta prese il nome di völkisch. Bisogna fare attenzione a questa regressione verso l'identitarismo su base nazionale o su base populistica. Il populismo protezionistico ha un potenziale distruttivo immenso.

sabato 31 gennaio 2009

Gran Bretagna: monta la protesta contro i lavoratori italiani. La Ue preoccupata


Da il Messaggero del 31-01-09

LONDRA (30 gennaio) - Dilaga la rivolta nel Regno Unito contro gli italiani, accusati di rubare il lavoro agli inglesi. La Commissione europea intanto si è detta preoccupata per le proteste. «Il mercato unico - ha detto il portavoce dell'esecutivo di Bruxelles Johannes Laintenberger - è un bene non solo per le imprese, ma anche per l'occupazione perché senza di esso non sarebbero stati creati molti posti di lavoro».


Centinaia di lavoratori britannici hanno incrociato oggi le braccia per sostenere i loro colleghidella raffineria Lindsey Oil di Grimsby - nel Lincolnshire, Inghilterra - che da mercoledì manifestano contro la decisione della Total - padrona dello stabilimento - di affidare lavori di costruzione all'azienda italiana Irem. 

«Lavoro ai britannici in Gran Bretagna», è lo slogan che unisce i vari picchetti disseminati dalla Scozia al Galles. «Il problema non sono i lavoratori stranieri», ha detto Bobby Buirds, delegato scozzese di Unite, la maggiore sigla sindacale britannica, «ma le aziende straniere che discriminano i lavoratori britannici». In mattinata centinaia di operai della raffineria scozzese di Grangemouth, gigante di proprietà della British Petroleum, hanno scioperato in seguito a una riunione mattutina del collettivo.

Il caso della Irem - che ha vinto un appalto da 220 milioni di euro e ha portato sul posto forza lavoro italiana e portoghese - è diventato quindi la classica goccia che fa traboccare il vaso. «Questa è una battaglia per il diritto di lavorare nel nostro paese: il razzismo non c'entra», dicono i lavoratori. Ieri, però, qualche parola di troppo è scappata. «Gli italiani fanno errori e ignorano le norme di sicurezza», aveva detto un operaio di 29 anni di Grimsby al Daily Express. 

Poi c'è la questione salariale: girava voce che gli stranieri «costassero meno». Pettegolezzo prontamente smentito dalla Total, che gestisce l'impianto e che ha subito precisato che i lavoratori dell'Irem verranno pagati ai livelli britannici, nei termini concordati con i sindacati per la preesistente
forza lavoro. 

«Siamo costantemente in contatto sia con le nostre maestranze in Inghilterra che con le famiglie qui in Italia. Ovviamente attualmente il cantiere è in stand by ed attendiamo indicazioni da parte della nostra committente», ha detto all'agenzia Ansa Giovanni Musso, vice presidente della Irem. «I nostri lavoratori sul posto ci riferiscono di un clima teso - ha proseguito Musso - ma confidiamo sul fatto che presto la situazione possa far registrare una positiva evoluzione. È anche il caso di specificare come dei 220 milioni di euro complessivi dell'appalto la commessa che la nostra si è aggiudicata è di circa 17 milioni di euro. Quattro mesi la durata dell'appalto con scadenza prevista il 30 aprile».

«Abbiamo iniziato a lavorare all'inizio dell'anno e sino a qualche giorno fa - ha proseguito - non si era registrato alcun problema. Come nostra abitudine abbiamo anche avviato sul posto un proficuo dialogo con il sindacato inglese e con gli stessi lavoratori. Non so spiegarmi sinceramente cosa sia accaduto e cosa possa spostare negli equilibri più generali una commessa di queste dimensioni per un periodo di tempo così contenuto alla quale stanno lavorando un'ottantina di persone, in larghissima parte italiana e qualche portoghese».

«Comprendo l'ansia dei lavoratori britannici per l'attuale situazione economica: anche in Italia i lavoratori sono preoccupati per la crisi. Ma in questo caso l'azienda italiana ha vinto l'appalto rispettando sia le regole britanniche che quelle Ue». Lo ha detto l'ambasciatore italiano nel Regno Unito Giancarlo
Aragona alle telecamere dell'emittente britannica Sky News. 

Il caso si sta tramutando in un problema per il governo britannico perché i lavoratori usano come slogan le parole del primo ministro Gordon Brown, che aveva promesso «lavoro ai britannici in Gran Bretagna». «Quello che vogliamo», ha detto oggi un manifestante, «è che Brown mantenga le promesse». La società italiana Irem tuttavia ha vinto correttamente l'appalto dopo aver battuto la concorrenza di sei aziende, di cui cinque britanniche.

Hilary Benn, ministro per l'Ambiente, ha intanto dichiarato che «i lavoratori britannici si meritano una risposta». «Potete capire l'indignazione morale di queste persone», ha sottolineato Derek Simpson, co-segretario di Unite, «che vedono impiegata forza lavoro straniera mentre loro restano disoccupati».