martedì 3 febbraio 2009

Bertinotti: "È una guerra fra poveri serve un Piano europeo del lavoro"


Di Alessandra Longo su La Repubblica del 03-02-2009
Nella recessione, con il sindacato e la politica fuori gioco, l´operaio è diventato il ventre molle nelle mani della impresa e del mercato 
Quando il lavoro diventa una merce rara, perderlo significa perdere dignità sociale. È una gara per la vita che produce barbarie 

ROMA - Quel che succede in Inghilterra, è figlio della «cattiva globalizzazione», «della deriva liberista assunta dalle istituzioni europee», della «crisi del tessuto sociale», della solitudine degli operai, prima usati «come arma» per una «competizione al ribasso», poi, adesso, con la recessione, scaricati nel nome «della ristrutturazione dell´apparato produttivo». Fausto Bertinotti ragiona sulla protesta dei lavoratori inglesi del Lincolnshire contro i colleghi italiani. «Una lotta orribile - dice - che va condannata in radice - ma le cui ragioni ci obbligano a riflettere perché la tragedia è duplice, per chi subisce e per chi produce l´intimidazione». Per l´ex presidente della Camera c´è il rischio che episodi del genere possano ripetersi, «in una sorta di guerra civile latente». «Per questo andrebbe ripensata radicalmente la Costituzione materiale europea e ci vorrebbe subito, in Europa, un Piano del lavoro».
Presidente, perché questa guerra tra poveri?
«Perché succede così quando c´è penuria di lavoro, quando il lavoro diventa una merce rara e perderlo significa perdere cittadinanza, dignità sociale. E´ una competizione per la vita e per la morte e produce barbarie. Lo stupore di molti nasce da un deficit di memoria. Fatti del genere contrassegnano la storia dell´industrializzazione europea. In Francia, alla fine dell´800, ci fu una strage di operai italiani, linciati perché considerati crumiri...». 
Ma adesso c´è l´Europa.
«Sì e noi continuiamo ad essere abbagliati dai primi gloriosi 30 anni dell´Europa, quelli della ricostruzione dell´unità dei lavoratori, dello stato sociale, del riconoscimento del ruolo del lavoro nelle costituzioni democratiche. E finiamo per non ricordarci cosa sono gli ingloriosi 30 anni successivi. La protesta degli inglesi non nasce dal nulla, si è prodotto un vulnus».
Ce l´ha con la globalizzazione?
«Con la cattiva globalizzazione. Ce l´ho con chi pensava che la globalizzazione potesse essere generatrice di una nuova leva di diritti disconnessi dal lavoro. Ce l´ho con la direttiva Bolkestein che non promuove la libera circolazione dei lavoratori ma produce dumping sociale, estende il contratto di lavoro rumeno anche in Italia».
Lei dice in sostanza: gli inglesi sbagliano ma il malessere nasce dalle mancate risposte...
«La classe dirigente europea ha una responsabilità storica in materia di lavoro. C´è stata una contrazione di diritti, un rovesciamento dei principi alla base delle Costituzioni democratiche, penso a quella francese, a quella italiana. Ogni lavoratore è rimasto solo, prima l´hanno fatto correre come una lepre nel nome della crescita, bassi salari e alta flessibilità, poi, nella fase della recessione, con il sindacato e la politica fuori gioco, con il tramonto della coscienza di classe e del movimento operaio, è diventato il ventre molle da comprimere, nelle mani dell´impresa e del mercato».
Ecco che si arriva alla guerra tra poveri.
«Nel caso degli inglesi, più che di razzismo parlerei di un nazionalismo concorrenziale che nasce dalla paura. Un peccato che, comunque, non può essere assolto».
Dicono: prima noi, poi gli altri.
«Sbagliano. Il primo lo sceglie comunque il sistema ed è quello che gli conviene di più, quasi mai quello che ha più bisogno».
E da dove si parte allora?
«Non c´è verso. Si deve partire dai bisogni dell´ultimo. La parola d´ordine rimane sempre: «Piena e buona occupazione». Senza questo orizzonte non c´è civiltà»
Lei dipinge uno scenario pesante. Non pensa che la sinistra radicale europea abbia fatto una campagna antipatizzante nei confronti della globalizzazione producendo eccessiva diffidenza?
«Niente affatto. Io sono per l´internazionalizzazione del lavoro. La battaglia contro la Bolkestein è stata una battaglia contro la cattiva globalizzazione. Quel che succede oggi dimostra la miopia dei dirigenti europei. Solo poco tempo fa chiunque parlasse di nazionalizzazione delle banche e grandi interventi pubblici nell´economia veniva accolto da sorrisi ironici. Adesso bisognerebbe cogliere la lezione che viene da questo smacco. Adesso bisognerebbe fare subito un Piano del lavoro in Europa per non dover mai scegliere, in futuro, tra l´operaio inglese e quello italiano».

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