lunedì 22 dicembre 2008

Europa, due piccole vittorie che pesano


Roberto Musacchio 
In tempi così bui, sono due vittorie che valgono in sè, ma fanno anche morale.
Quella sul clima era più scontata, anche se messa a rischio dalle resistenze di varie Confindustrie e di alcuni governi. Il risultato è però arrivato, sia pure con qualche annacquamento, ma abbastanza pieno. Quella contro le 65 ore di lavoro era assai più incerta per non dire non prevista. Trattandosi di due temi, il clima e il lavoro, così fondanti è sicuramente utile cercare di ragionare su come si siano concretizzati questi 2 voti in un luogo, il Parlamento europeo, non certo caratterizzato da una impostazione progressista.
Cominciamo dal clima. Lì il retroterra è più strutturato. E' l'accordo di Kyoto punto di arrivo di un'elaborazione, quella dello sviluppo sostenibile, che ha avuto origine in Europa, nell'Europa del rapporto Brandt sul Nord/Sud e della ministra norvegese Brundland che conio la definizione negli anni Ottanta.
Le sue traversie sono lunghe e note. L'idea di ambientalizzare il mercato si è rivelata non così praticabile e noi stessi l'abbiamo criticata a fondo. 
Ma lo scontro con l'America anti-Kyoto e anti-Onu di Bush ha fatto del protocollo un luogo di resistenza di un modello altro.
E a un certo punto un'Europa in crisi di prospettiva ha scelto il clima come nuova missione. Il pacchetto clima prodotto dalla Commissione europea per sostanziare questa opzione, i tre 20%, è stato costruito in modo interessante. C'è l'idea di un'azione fatta come Europa, che mette in campo scelte volontarie e scommette sull'accordo multilaterale. Lavora su un mix di riqualificazione e innovazione e su un'idea nuova di cooperazione globale. 
Naturalmente ci sono tante ambiguità ed ipocrisie, logiche mercantili; ma in pieno delirio liberista, con la cappa della costruzione monetaristica, è qualcosa di altro.
Non a caso ci si è attaccata la Commissione anche ora nella crisi economica. E il Parlamento ci ha costruito un pezzo di propria effettiva sovranità democratica. 
Il che ha consentito di resistere in modo sufficiente agli attacchi delle Confindustrie d dei governi, come quello Berlusconi.
Naturalmente occorre ora che le scelte divengano effettivamente cogenti. Molti dicono che ciò sarà favorito dall'arrivo di Obama, ed è certo vero.
Ma io preferisco puntare su altro. E qui viene il discorso sull'altro voto, quello contro le 65 ore.
Il pacchetto clima si è fatto in assenza di una vera mobilitazione sociale, come se, paradossalmente, Bruxelles fosse il punto più avanzato del confronto.
Se pensiamo alla natura della partita che si gioca sull'accordo del dopo-Kyoto da firmare a Copenhagen lavorandoci oggi in piena crisi economica, l'assenza di fatto di soggetti sociali e politici adeguati a questa dimensione colpisce.
Il parallelo con Bruxelles lo possiamo fare con alcuni governi sudamericani che non a caso hanno ottenuto di portare dentro Kyoto la lotta alla deforestazione. Ma se si riuscisse a realizzare il rapporto che c'è tra lotta per il clima e ricostruzione di una prospettiva per il lavoro, le cose cambiano.
La mia idea è che alla base della crisi c'è la rottura che la globalizzazione ha determinato tra produzione e consumo, tra economia, società e ambiente.
La riconnessione fra questi fattori è indispensabile ad affrontare la crisi. E per l'Europa è forse l'unica chance per avere un ruolo nei nuovi assetti globali che si profilano per il dopo crisi. 
Allora il voto pro-lavoro del Parlamento, forse non è così casuale, ma indica una possibile riflessione in corso.
Ad avere quella maggioranza assoluta dei voti ci si è lavorato facendo perno su un rapporto a sinistra, tra GUE e Socialisti, non facile né scontato, anche per l'ostilità di settori del GUE stesso oltre che per l'impostazione del PSE, favorevole ad esempio alla annualizzazione del calcolo dell'orario. Ma lavorando anche su tutto il Parlamento scottato dal golpe del Consiglio che aveva stravolto il testo della prima lettura.
E si è lavorato a favorire una mobilitazione sindacale anch'essa né facile né scontata e che si è alla fine realizzata al meglio e con l'immediato riscontro del voto Parlamentare. Ma per continuare ora occorre cercare di darsi una vera piattaforma per il lavoro sulla dimensione europea, che incroci le politiche per il clima e un'idea dell'Europa che la veda rilanciarsi come soggetto reale che riesca a rompere con il monetarismo e punti su una reindustrializzazione qualificata, alla cui base c'è la rivalorizzazione del lavoro e dell'ambiente.
Questa dimensione della politica c'interroga sugli strumenti necessari, sulle culture e le pratiche da mettere in campo. La cassetta degli attrezzi cui ho attinto per il mio, piccolo, ruolo in queste due vicende è fatta d'iniziativa dall'lato e dal basso, di unità e di radicalità, di progettualità e conflitto. A me paiono i materiali indispensabili a ricostruire la sinistra dell'oggi e del domani che non vedo proprio affidata a un populismo identitarista cui si lasciano andare tutti coloro che sono incapaci di un rispondere progressivo alla crisi della politica come pratica reale del cambiamento.


20/12/2008


Nessun commento:

Posta un commento