mercoledì 31 dicembre 2008

La notizia arriva in serata: l'Unione europea ha cessato un cessate-il-fuoco permanente nella Striscia di Gaza


Fonte Liberazione del 31-12-2008

La notizia arriva in serata: l'Unione europea ha cessato un cessate-il-fuoco permanente nella Striscia di Gaza. Lo ha riferito il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, a margine della riunione di Parigi dei capi della diplomazia dei Ventisette. E anche dal Quartetto per il Medio Oriente (Ue, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite) chiedono l'immediato cessate il fuoco a Gaza.

Nel pomeriggio si era saputo che il governo israeliano aveva ricevuto una proposta francese per un cessate-il-fuoco di 48 ore e si appresta a esaminarla. Lo hanno reso noto fonti del governo.
Secondo fonti della difesa, il premier Ehud Olmert e i ministri degli esteri e della difesa si sono incontrati per discutere della proposta, presentata dal ministro degli esteri francese Bernard Kouchner. Un portavoce militare ha intanto negato che le forze armate abbiano proposto una tregua di 48 ore per vedere se Hamas cesserà i tiri di razzi prima di decidere di lanciare un' offensiva terrestre contro Hamas a Gaza. Il ministro degli esteri israeliano, signora Tzipi Livni, si è rifiutata di commentare la notizia. «Ciò che ho da dire lo dirò al gabinetto e non alla stampa» ha detto la signora Livni, citata dalla stampa locale.
Ufficiali dello Shin Bet, i servizi interni israeliani, e le forze di difesa israeliane hanno così smentito la notizia secondo cui l'apparato della Difesa dello Stato ebraico avrebbe raccomandato un'iniziativa diplomatica per ridurre il conflitto contro Hamas e avviare una tregua di quarantotto ore nella Striscia di Gaza, da quattro giorni obiettivo dei raid israeliani, prima che sia necessario avviare un'operazione di terra nel Territorio.
Lo ha riferito l'edizione online del quotidiano israeliano Haaretz dopo che le notizie circolate sul presunto suggerimento di funzionari della Difesa al premier dimissionario Ehud Olmert di concordare una tregua temporanea con Hamas per la Striscia di Gaza, sulla base di un'iniziativa del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner. L'obiettivo della tregua temporanea sarebbe stato quello di valutare la capacità di Hamas di rispettare il cessate il fuoco e bloccare il lancio di razzi contro Israele. Nelle prossime ore, precisa Haaretz, il governo israeliano annuncerà comunque la sua decisione in merito a una possibile tregua per la Striscia di Gaza.
Israele non avrebbe comunque «intenzione» di passare ad un attacco via terra alla striscia di Gaza. Almeno ne è convinto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ieri ha riferito al Senato dei contatti avuti con i vertici israeliani in queste ore. Secondo il presidente Shimon Peres israeliano e il suo ministro degli Esteri Tzipi Livni non vi sarà alcuna operazione di terra contro Hamas nella Striscia di Gaza: così ha detto Frattini. Per Peres e Livni Israele «non ha intenzione di ricorrere ad un'operazione di terra», sia per l'impegno militare necessario sia «per le conseguenze sulla popolazione civile» della Striscia, ha aggiunto il titolare della Farnesina. 
Infine, i capi di Stato delle monarchie petrolifere del Golfo, al termine del loro vertice annuale svoltosi a Muscate, in Oman, hanno lanciato un appello affinchè abbiano fine gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza e per una protezione internazionale del popolo palestinese.

lunedì 29 dicembre 2008

Fatto storico, è la prima volta dopo 200 anni. Finisce l'isolamento di Cuba


I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc) 

L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa. 

Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani. 

Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni. 

Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate». 

Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato. 

Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina. 

Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua. 

E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto. 

(da El Paìs 18.12.2008)

martedì 23 dicembre 2008

La svolta di Müntefering


La Spd ora guarda a sinistra: possibile un clamoroso accordo con la Linke. 
ALESSANDRO BELLARDITA SU EUROPA



Il leader della Spd, Franz Müntefering, ha finalmente rotto il ghiaccio con i rivali della Linke, il partito radicale di sinistra. In un’intervista per il settimanale Stern, il presidente socialdemocratico ha dichiarato, per la prima volta, di non opporsi ad un’eventuale coalizione con il partito di Oskar Lafontaine e Lothar Bisky a livello regionale, riferendosi esplicitamente alle prossime elezioni in Assia nel gennaio del 2009. «Se in questo modo riuscissimo a governare in più Länder, i vantaggi di una coalizione con la Linke supererebbero eventuali danni», ha detto Franz al settimanale berlinese.
L’assist offerto alla sinistra massimalista è stato accolto a braccia aperte dagli esponenti del nuovo partito, formatosi nel 2005 da una fusione della vecchia Pds e dalla Wasg – un piccolo partito d’estrema sinistra nell’ovest della Germania. «Si tratta di una svolta verso la realtà», ha detto il vicecapogruppo parlamentare della Linke, Bodo Ramelow, visibilmente soddisfatto, aggiungendo che finora «nessuno ha mai parlato in modo così chiaro». Dello stesso parere sembra essere anche il nuovo candidato della Spd nelle prossime elezioni in Assia, Thorsten Schäfer-Gümbel: «Müntefering ha ragione», ha detto alla Berliner Zeitung. Poi tenta di dare una spiegazione di quest’apertura verso sinistra da parte della Spd: «La nuova realtà con cinque partiti ci costringe a rivedere le possibili combinazioni». Come a dire: è inutile chiudere la porta in faccia alla Linke categoricamente, se poi abbiamo bisogno proprio di lei per poter governare.
Tuttavia, il motivo di questa svolta bisogna cercarlo anche nel fallimento di Andrea Ypsilanti in Assia. L’ex presidente regionale della Spd aveva tentato fino a novembre di formare una coalizione con i Grünen, con l’aiuto di un patto di tolleranza con la sinistra radicale.
All’ultimo momento quattro deputati della Spd si sono opposti alla votazione, perché la Ypsilanti durante la campagna elettorale aveva escluso esplicitamente una coalizione con la Linke. La Ypsilanti fu costretta al dietrofront. Per evitare un altro fallimento di questo genere Franz Müntefering, questa volta, è corso ai ripari, anticipando tutti quelli che nelle prossime settimane avrebbero tentato di mettere sotto pressione i vertici della Spd in Assia.
Il “sì” di Franz, per Schäfer- Gümbel, suona come una benedizione.
E la paura di perdere i voti della cosiddetta “Mitte”, vale a dire del centro? «Non abbiamo paura», ha precisato Müntefering.
Secondo il leader della Spd sarebbe peggio non chiarire la propria posizione e aspettare alla fine delle elezioni per decidere se collaborare con la Linke o meno. Ma il “Münte” – come viene chiamato scherzosamente dai compagni – è andato oltre: anche alle prossime elezioni a Turingia e nel Saarland, che si terranno prima delle politiche del 2009, il presidente socialdemocratico si è detto favorevole ad una coalizione con la sinistra estrema.
Secondo il settimanale Der Spiegel, la decisione di Müntefering farà discutere molto all’interno del partito. Fu, infatti, proprio Müntefering a criticare pesantemente la scelta dell’ex presidente della Spd, Kurt Beck, di appoggiare la Ypsilanti nella collaborazione con la Linke. E Beck, pochi mesi dopo, dovette lasciare la guida del partito. La memoria corta di Franz non basterà, però, a convincere gli esponenti riformisti e i tradizionalisti del Seeheimer Kreis all’interno della Spd. Per loro una collaborazione con la Linke resta un tabù. È, forse, anche per questo che il “Münte” non si è voluto sbilanciare, bocciando per ora l’ipotesi di una coalizione con i massimalisti a livello federale dopo le elezioni del 2009.

lunedì 22 dicembre 2008

Paolo Ferrero incontra i parlamentari europei: «Le sinistre unite contro le 65 ore di lavoro»


di Stefano Squarcina, su Liberazione del 25/09/2008


«Ma se sapevo che eravate così "complicati" e "complessi" non venivo alla vostra riunione!», esclama ridendo Paolo Ferrero, che con evidente ironia apprezza invece la qualità e quantità di domande che i deputati europei della Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica gli rivolgono. Il segretario del Prc è venuto in missione a Bruxelles per incontrare gli eletti del gruppo parlamentare, i 41 "compagni europei" vengono da 13 paesi dell'Unione, sono eletti in 16 partiti diversi, hanno sensibilità inevitabilmente diverse determinate dalla loro storia e collocazione geopolitica. Eppure sono praticamente tutti lì per ascoltare: vogliono capire davvero cosa succede in Italia e in Rifondazione, partecipano ad un dibattito di due ore. Del resto, quello che accade nel Prc e nella sinistra italiana è un fenomeno che riguarda tutto il GUE/NGL: ovvero, come continuare ad essere uno spazio politico di elaborazione e pratica di alternative alle politiche liberiste dell'Unione Europea, a quali condizioni - e con quali programmi - partecipare ad eventuali esperienze di governo che vogliano eliminare le ingiustizie e trasformare radicalmente la società, come non farsi "assorbire" da esecutivi moderati che usano la sinistra radicale come "ruota di scorta". Il Pcf ha partecipato in Francia a governi dai quali è uscito a pezzi, Synaspismos in Grecia sta resistendo con difficoltà ai violini dei socialisti che in nome del "battere la destra" li vorrebbero in future coalizioni, Izquierda Unida sta pagando con la quasi auto-eliminazione la non-opposizione a Zapatero e ai governi regionali socialisti, persino in Germania si comincia a discutere di un possibile governo rosso-rosso nel Länder della Hessen quale "laboratorio nazionale", in Svezia il Vansterpertiet ha preso una gran botta l'ultima volta. Il GUE/NGL vuole sapere tutto da Ferrero, manca poco che gli chiedono di leggere la palla di cristallo della politica italiana. Il Segretario PRC non può non cominciare dall'illustrare il senso politico del congresso della svolta: «Io credo che la linea politica di un governo vada verificata quotidianamente nei fatti, e questo mi porta a dire che l'esperienza dell'ultimo Governo Prodi è stata disastrosa; "O bevi questa minestra o salti dalla finestra" ci veniva spesso detto, con arroganza, per imporci misure inaccettabili; in più, abbiamo sopravvalutato la nostra capacità di determinare la natura reale delle politiche governative, il tutto aggravato da forme di autocensura -nei confronti di un governo di centrosinistra- della protesta sociale che ha svuotato il nostro auspicato ruolo strategico di cerniera tra società, movimento e istituzioni. Il colpo finale è stato poi dato con una "proposta verticistica" come quella di Sinistra/Arcobaleno». Ferrero usa necessariamente uno slogan per riassumere il suo messaggio al GUE/NGL: "In basso a sinistra", riferendosi alla necessità di mantenere una dialettica profonda con il conflitto sociale, e "autonomia sostanziale dal Partito Democratico in Italia", che per i partiti europei partner di PRC significa indipendenza sostanziale da quei partiti socialisti all'origine di politiche moderate e anti-sociali. E siccome Rifondazione rimane in Europa un modello di riferimento anche sulle modalità con cui si svolge il dibattito interno, a "complemento" -come dice- delle parole di Ferrero interviene nel dibattito anche Roberto Musacchio, che precisa «le diversità strategiche della mozione Vendola, per dare al GUE/NGL elementi d'analisi a tutto campo. Anche noi crediamo all'unità, ma nessuno può chiederci di rinunciare alla verifica delle nostre idee politiche. Siamo un punto di ricerca politica: per me si pone il problema -sempre più europeo- di come battere le destre sociali e politiche, e per far questo credo che PRC debba porsi il problema di come riorganizzare la sinistra italiana, nelle sue varie componenti, su basi nuove, ponendo al centro proprio l'agire europeo. La dimensione della sinistra europea può proprio aiutarci». Un dialogo "tutto interno", ma dalle forme serene e pacate, che rappresenta una ricchezza per il dibattito. «La mia priorità è rilanciare l'iniziativa politica del partito dopo questa inevitabile fase di assestamento sulla nuova linea strategica del congresso», riprende Ferrero. Su questo trova la voglia e il desiderio reale di tutti gli eletti e rappresentanti dei partiti GUE/NGL di approfondire le relazioni con Rifondazione, soprattutto di organizzare insieme eventi e manifestazioni, anche in campagna elettorale. «L'Europa non è stato oggetto del contendere da noi», dice Ferrero, che conferma il "No" al Trattato di Lisbona e il suo "Si" ad un'Europa democratica dove «ad esempio la Banca Centrale Europea risponda al potere politico. Con gli altri partner PRC -continua- sto elaborando i contenuti di una piattaforma elettorale del partito europeo della sinistra europea, per presentarci alle elezioni del 2009 su basi comuni: la nostra sinistra ha nell'Europa uno spazio politico da ri-occupare. Dobbiamo valorizzare, anche in Italia, l'esperienza maturata in questi anni dal GUE/NGL, le sue prese di posizione, le sue brochure, le sue campagne come quella contro la Bolkestein», sottolinea Ferrero con il consenso del presidente del gruppo, il francese Francis Wurtz. Quest'ultimo gli chiede una disponibilità su iniziative comuni in campagna elettorale: «Facciamo in modo che tocchino problemi reali della gente come l'inaccettabile riforma della direttiva sull'orario di lavoro contro la quale si stanno mobilitando i sindacati europei, l'implementazione del cosiddetto "pacchetto sociale" che invece è antisociale, lo smantellamento dei diritti civili in nome della lotta al terrorismo. Anche perché il rilancio della nostra iniziativa politica chiuderà spazi politici insidiosi per il partito, e darà sostanza alla nostra diversità rispetto alle forze moderate del centro-sinistra, dove spesso ormai "sinistra" è una parola vuota». E' ovvio che non ci sono ricette uniche per risolvere i "problemi nazionali" dei partiti, ma una cosa è certa: i partiti e gli eletti GUE/NGL, vogliono lavorare con e per Rifondazione. Chiedono solo di far sapere loro "come e quando".

Documento approvato dal Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. 19/20 aprile 2008


" Documento post-elettorale, la nascita della svolta di chianciano"

20 Aprile 2008

La sconfitta elettorale che abbiamo subito nelle elezioni del 13 e 14 aprile ha dimensioni storiche. Per la prima volta nell’Italia repubblicana la sinistra non è rappresentata in Parlamento. Tutto questo mentre la destra populista di Berlusconi vince con grande consenso popolare e al suo interno una forza xenofoba come la Lega raddoppia i suoi consensi cambiando ulteriormente il panorama politico del nord Italia. 
Le cause della nostra sconfitta vanno indagate a fondo perché riguardano l’essenziale, cioè il nostro rapporto con la società, con i mutamenti sociali di fondo. Non si esce dalla situazione in cui siamo senza un approfondito lavoro di inchiesta, di lettura partecipata delle dinamiche sociali. Questo lavoro dovrà caratterizzare il nostro impegno politico nella prossima fase. Riteniamo infatti che il punto centrale che ha pesato sul negativo risultato elettorale è il fatto che nel concreto contesto politico, istituzionale e sociale, non è stata riconosciuto l’utilità sociale della sinistra.
E’ quindi sulla nostra utilità sociale, sul ruolo che la sinistra ha nella società che occorre riflettere e proporre per rientrare in gioco.
Nell’immediato non si può non vedere come abbia pesato negativamente la nostra incapacità di utilizzare la presenza in maggioranza e la partecipazione al governo per dare una risposta ai principali problemi sociali del paese. La risicata vittoria del 2006 non chiedeva solo, per avere un senso, la sconfitta di Berlusconi, ma anche la sconfitta delle politiche berlusconiane. Il governo e la maggioranza nel loro operare concreto non hanno risposto a questa esigenza e si sono al contrario piegati alle esigenze dei poteri forti su tutte le principali questioni sociali: redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà, tassazione delle rendite, laicità dello stato per non fare che alcuni esempi. La nostra azione politica si è mostrata inefficace e in questo contesto è maturata la non percezione dell’utilità sociale della sinistra. Si è così consumata una crisi, la cui profondità non abbiamo saputo vedere, del nostro rapporto con il paese reale e in particolare con i movimenti e con le lotte. L’utilità dell’esperienza di governo come possibilità per invertire le politiche degli ultimi quindici anni si è rivelata, alla luce dei fatti, impossibile da realizzare e la nostra permanenza nel governo si è trasformata in un problema sia per noi che per i movimenti.
A questo si è sommato il sistema elettorale bipolare e la campagna mediatica sul voto utile portata avanti non solo dai PD e PdL ma dal complesso dei mezzi di comunicazione di massa. Le elezioni sono state cioè un punto di passaggio per la costruzione di quel bipolarismo tra simili che è l’obiettivo delle classi dominanti di questo paese da almeno un quindicennio. Rendere le istituzioni impermeabili al conflitto sociale e rendere la politica uno strumento inservibile per l’emancipazione degli strati subalterni è l’obiettivo di questo bipolarismo che ha agito pesantemente nella campagna elettorale.
E’ evidente inoltre che il modo in cui ci siamo presentati alle elezioni non ha funzionato. Di questo mancato funzionamento si danno letture tra di loro diverse e persino diametralmente opposte, ma il punto politico fondamentale è che comunque l’operazione è fallita, e che agli occhi di tutti è risultata una operazione politicista che non ha intercettato la crisi sociale.
Il complesso di questi elementi, l’incapacità a trasmettere l’utilità sociale di una nostra affermazione, ha fatto si che noi abbiamo perso voti in tutte le direzioni: verso il non voto da parte di chi pensa che “siete tutti uguali”.
Verso il PD da parte di chi, pur condividendo i nostri contenuti, ha ritenuto quello un voto più utile per battere Berlusconi.
Addirittura verso la Lega da parte di ceti proletari che sentendosi non difesi dalla sinistra hanno pensato che visto che non si riescono a cambiare con un’azione generale le cose più importanti, almeno si migliorano le cose “a casa propria”. 

Ripartire dal sociale 
Questa sconfitta storica non è avvenuta in una fase di stabilizzazione economica e sociale. Noi non siamo dentro un ciclo di crescita economica che riduce le contraddizioni sociali. Al contrario siamo in una fase di crisi, con una insicurezza sociale e personale che sfiora l’angoscia. In quel sentirsi soli di fronte al pericolo è stato sconfitto il nostro progetto e la destra ha vinto le elezioni.
Il punto è però che queste contraddizioni nella prossima fase sono destinate ad aumentare. Problemi di salario, precarietà, casa, ristrutturazione mercantile del welfare, aggressione del territorio e sua militarizzazione, sono destinati ad aumentare. Il nodo è se di fronte a questo inasprirsi della crisi sociale sarà la destra populista a farla da padrona con la proposta della guerra tra i poveri e la costruzione di capri espiatori, oppure se saremo in grado di ricostruire forme di solidarietà, di conflitto, di movimento, capaci di ricostruire una identità e una utilità sociale della sinistra.
A partire da questo punto di fondo occorre definire attraverso quali strumenti si riorganizza il campo politico della sinistra. E’ infatti evidente che il rischio che stiamo correndo è che, dopo la sconfitta nella società, ci sia la disgregazione del tessuto militante e l’ evaporazione della sinistra politica in una babele di linguaggi e di proposte.
Il punto non è quindi l’accelerazione non si sa bene vero che cosa, ma la definizione di percorsi concreti, che ridiano un senso di appartenenza ad una comunità e che siano efficaci socialmente. 
1 - In primo luogo occorre rilanciare il PRC come corpo collettivo. Il tema della rifondazione comunista non sta dietro di noi ma dinnanzi a noi nella sua dimensione di progetto politico, culturale, sociale e nella sua dimensione comunitaria. Riattivare il Partito della Rifondazione Comunista come progetto politico necessario alla sinistra in Italia per l’oggi e per il domani è un punto decisivo da cui non si può prescindere, in tutti i suoi aspetti, dal tesseramento all’iniziativa sociale, politica e culturale. Riattivare il Partito della Rifondazione Comunista dando certezze alle donne e agli uomini che hanno scelto di appartenere a questa comunità e dunque sgombrando il campo dalle ipotesi di dissolvenza e superamento, che hanno connotato la fase che abbiamo alle spalle, si sono esplicitate durante la campagna elettorale, contribuendo al disorientamento e alla demotivazione.
Riattivare Rifondazione Comunista, riaffermando un’etica della politica, nella coerenza tra ciò che si enuncia e ciò che si pratica come nel quotidiano esercizio e rafforzamento della democrazia interna, rilanciando il percorso di Carrara. Riattivare il conflitto di genere dentro il partito, perché diventi realmente un soggetto sessuato in cui le donne non siano né fiori all’occhiello, né quote. Un partito che assuma il femminismo come punto di vista da cui rileggere il mondo e si faccia attraversare quotidianamente dalla critica delle donne alla politica. Occorre sapere con precisione che il PRC è strumento indispensabile ma non sufficiente per la ricostruzione di una ampia sinistra anticapitalista in questo paese. Indispensabile e non sufficiente: i due termini non delineano uno spazio geometrico ma una cultura politica da cui siano banditi tanto il settarismo quanto il liquidazionismo. 
2 - Contemporaneamente occorre porsi il compito di riaggregare il campo della sinistra. La domanda di unità che è emersa nel corso della campagna elettorale e che emerge oggi va raccolta perché è una grande risorsa per uscire dalla sconfitta. Il PRC è indispensabile ma non sufficiente, sia perché la sinistra politica è più ampia dei soli comunisti, sia perché le forme concrete di impegno a sinistra vanno ben oltre quelle codificate dall’appartenenza ad un partito. Movimenti, comitati, collettivi, associazioni, militanza sindacale, vertenze territoriali ed ambientali: mille sono i modi in cui si fa politica oggi a sinistra. Pensiamo solo a cos’è il No Dal Molin a Vicenza o il No TAV in Val di Susa.
Aggregare quindi il campo della sinistra a partire dalla valorizzazione di ciò che, a tutti i livelli, esiste e delle esperienze innovative che in questi anni ci sono state: basti pensare alla Sinistra Europea che proprio su questa idea è nata e ha fatto i suoi primi passi in questi anni.
Ripartire dalla costruzione di spazi comuni della sinistra, di forme concrete di lavoro di inchiesta, di lavoro politico sociale e culturale sul territorio per costruire un percorso, non fagocitato da scadenze elettorali, che punti alla costruzione. dell’unità possibile di tutte le forze disponibili sulla base di contenuti, obiettivi, pratiche realmente condivisi. Un percorso unitario rivolto a tutti coloro che hanno sostenuto la Sinistra Arcobaleno e non solo. Un processo di aggregazione unitario che eviti la spaccatura tra chi propone la costituente della sinistra e chi propone la costituente comunista. Sono due proposte che frammenterebbero ulteriormente la sinistra, avrebbero effetti disgregatori nello stesso corpo di Rifondazione, il cui progetto politico è per noi prioritario rilanciare, dividerebbero la nostra gente sulla base di riferimenti ideologici privi di una consistente base politica. Due proposte che non affrontano il nodo principale: come ricostruire l’utilità sociale della sinistra.
Occorre partire subito con un percorso di riaggregazione, le cui forme e modalità saranno riconsegnate alla libera discussione di tutte e di tutti nel percorso congressuale, che non commetta gli errori di politicismo e di verticismo che abbiamo avuto nella fase precedente. La sinistra può nascere solo come strumento di partecipazione, solo se le sue organizzazioni sono guidate dai principi democratici e dalla trasparenza, senza il predominio degli apparati, con le loro logiche di cooptazione. Per questo indichiamo la costruzione di una discussione, sia interna al partito che coinvolgente tutta l’area della sinistra arcobaleno, come priorità politica delle prossime settimane. Occorre riprendere la discussione.
Indichiamo parimenti la partecipazione a tutte le manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio presenti sul territorio con u messaggio chiaro:
La destra populista cresce sui bassi salari, sulla precarietà, sulla mancanza di case e di servizi.
Costruiamo l’opposizione sociale al governo Berlusconi. 

Imma Barbarossa, Roberta Fantozzi, Loredana Fraleone, Fabio Amato, Ugo Boghetta, Bianca Bracci Torsi, Stefania Brai, Alberto Burgio, Maria Campese, Giovanna Capelli, Guido Cappelloni, Carlo Cartocci, Bruno Casati, Aurelio Crippa, Paolo Ferrero, Eleonora Forenza, Claudio Grassi, Ramon Mantovani, Laura Marchetti, Citto Maselli, Giovanni Russo Spena, Bruno Steri, Luigi Vinci

Europa: Una alternativa di sinistra


Di Jonas Sjostedt

Parlamentare Europeo del Partito di Sinistra svedese


I referendum sulla Costituzione europea in Francia e in Olanda si sono dimostrati degli importanti successi per la sinistra europea. Sono stati gli elettori dei partiti operai ad aver fornito la maggior parte dei voti per il No. Ed è stata la sinistra ad aver dominato il dibattito con i propri argomenti. Partiti di sinistra come il PCF in Francia e il Partito Socialista in Olanda si sono impegnati in modo decisivo dalla parte del No. Grazie al No di sinistra la Costituzione europea è diventata praticamente obsoleta. Nella situazione aperta che si è determinata è importante che le forze di sinistra avanzino proposte alternative e concrete per una riforma della Costituzione. 

Nonostante tutte le differenze presenti nella sinistra nei singoli stati dell'UE ci sono più elementi di unità che di divisione. La sinistra può proporre i seguenti punti chiave come parte della necessaria riforma della Costituzione. In primo luogo il potere dell'Unione Europea deve essere limitato in modo da proteggere il diritto di decidere negli Stati membri e sia chiara la distribuzione dei poteri. Questo richiede tra l'altro che la clausola di flessibilità scompaia per sempre. Anche il ruolo dei parlamenti nazionali deve essere rafforzato con una contestuale riduzione del potere della Commissione Europea. Il diritto di presentare proposte di legge dovrà in futuro essere riservato ai rappresentanti del popolo nei parlamenti nazionali, e non ai burocrati della Commissione. I membri della Commissione dovranno essere in futuro eletti dai parlamenti nazionali e da loro potranno essere rimossi. Inoltre il processo legislativo deve essere aperto, in modo che i parlamenti nazionali possano dare con un mandato chiaro a coloro che sono responsabili dell'emanazione delle leggi.

La sinistra deve sostenere che tutte le formulazioni che pongono come obbiettivo sovraordinato i tagli allo stato sociale e il libero mercato, siano rimossi dalla Costituzione. Le regole che riguardano la protezione del consumatore e dell'ambiente devono essere ridotte al minimo, in quanto i singoli Stati devono avere i diritto di realizzare una politica più avanzata in materia. Deve anche essere stabilita la condizione che la libertà di movimento sul mercato del lavoro è sottoposta alle leggi nazionali e ai contratti collettivi esistenti per la protezione dei lavoratori e dei loro interessi sociali. Il pieno impiego e il welfare devono essere definiti come obbiettivi sovraordinati della politica economica dell'Unione Europea. Per la Banca Centrale Europea devono essere introdotti meccanismi di controllo democratico. E nella unione monetaria , che già mostra le sue crepe, deve essere regolamentato il diritto per gli Stati della zona Euro di reintrodurre in modo ordinato la propria moneta nazionale. La determinazione della politica finanziaria può tornare in diversi punti nella competenza degli stati membri. 
Un elemento cruciale è anche il blocco della militarizzazione dell'UE. Piani per un esercito comune, la costituzione di un alleanza difensiva o per l'armamento obbligatorio devono essere cancellati. Invece le decisioni delle Nazioni Unite devono essere rispettate e per le UE diventare indicazioni vincolanti. 
Gli Stati membri devono inoltre controllare maggiormente l'azione dell'UE nell'ambito del commercio mondiale. La giustizia globale e lo sviluppo degli Stati più poveri devono diventare impegni espliciti della politica commerciale dell'Unione Europea. La politica dell'UE in materia di agricoltura e di pesca devono mettere al primo posto l'ambiente e un commercio globale equo.

Europa, due piccole vittorie che pesano


Roberto Musacchio 
In tempi così bui, sono due vittorie che valgono in sè, ma fanno anche morale.
Quella sul clima era più scontata, anche se messa a rischio dalle resistenze di varie Confindustrie e di alcuni governi. Il risultato è però arrivato, sia pure con qualche annacquamento, ma abbastanza pieno. Quella contro le 65 ore di lavoro era assai più incerta per non dire non prevista. Trattandosi di due temi, il clima e il lavoro, così fondanti è sicuramente utile cercare di ragionare su come si siano concretizzati questi 2 voti in un luogo, il Parlamento europeo, non certo caratterizzato da una impostazione progressista.
Cominciamo dal clima. Lì il retroterra è più strutturato. E' l'accordo di Kyoto punto di arrivo di un'elaborazione, quella dello sviluppo sostenibile, che ha avuto origine in Europa, nell'Europa del rapporto Brandt sul Nord/Sud e della ministra norvegese Brundland che conio la definizione negli anni Ottanta.
Le sue traversie sono lunghe e note. L'idea di ambientalizzare il mercato si è rivelata non così praticabile e noi stessi l'abbiamo criticata a fondo. 
Ma lo scontro con l'America anti-Kyoto e anti-Onu di Bush ha fatto del protocollo un luogo di resistenza di un modello altro.
E a un certo punto un'Europa in crisi di prospettiva ha scelto il clima come nuova missione. Il pacchetto clima prodotto dalla Commissione europea per sostanziare questa opzione, i tre 20%, è stato costruito in modo interessante. C'è l'idea di un'azione fatta come Europa, che mette in campo scelte volontarie e scommette sull'accordo multilaterale. Lavora su un mix di riqualificazione e innovazione e su un'idea nuova di cooperazione globale. 
Naturalmente ci sono tante ambiguità ed ipocrisie, logiche mercantili; ma in pieno delirio liberista, con la cappa della costruzione monetaristica, è qualcosa di altro.
Non a caso ci si è attaccata la Commissione anche ora nella crisi economica. E il Parlamento ci ha costruito un pezzo di propria effettiva sovranità democratica. 
Il che ha consentito di resistere in modo sufficiente agli attacchi delle Confindustrie d dei governi, come quello Berlusconi.
Naturalmente occorre ora che le scelte divengano effettivamente cogenti. Molti dicono che ciò sarà favorito dall'arrivo di Obama, ed è certo vero.
Ma io preferisco puntare su altro. E qui viene il discorso sull'altro voto, quello contro le 65 ore.
Il pacchetto clima si è fatto in assenza di una vera mobilitazione sociale, come se, paradossalmente, Bruxelles fosse il punto più avanzato del confronto.
Se pensiamo alla natura della partita che si gioca sull'accordo del dopo-Kyoto da firmare a Copenhagen lavorandoci oggi in piena crisi economica, l'assenza di fatto di soggetti sociali e politici adeguati a questa dimensione colpisce.
Il parallelo con Bruxelles lo possiamo fare con alcuni governi sudamericani che non a caso hanno ottenuto di portare dentro Kyoto la lotta alla deforestazione. Ma se si riuscisse a realizzare il rapporto che c'è tra lotta per il clima e ricostruzione di una prospettiva per il lavoro, le cose cambiano.
La mia idea è che alla base della crisi c'è la rottura che la globalizzazione ha determinato tra produzione e consumo, tra economia, società e ambiente.
La riconnessione fra questi fattori è indispensabile ad affrontare la crisi. E per l'Europa è forse l'unica chance per avere un ruolo nei nuovi assetti globali che si profilano per il dopo crisi. 
Allora il voto pro-lavoro del Parlamento, forse non è così casuale, ma indica una possibile riflessione in corso.
Ad avere quella maggioranza assoluta dei voti ci si è lavorato facendo perno su un rapporto a sinistra, tra GUE e Socialisti, non facile né scontato, anche per l'ostilità di settori del GUE stesso oltre che per l'impostazione del PSE, favorevole ad esempio alla annualizzazione del calcolo dell'orario. Ma lavorando anche su tutto il Parlamento scottato dal golpe del Consiglio che aveva stravolto il testo della prima lettura.
E si è lavorato a favorire una mobilitazione sindacale anch'essa né facile né scontata e che si è alla fine realizzata al meglio e con l'immediato riscontro del voto Parlamentare. Ma per continuare ora occorre cercare di darsi una vera piattaforma per il lavoro sulla dimensione europea, che incroci le politiche per il clima e un'idea dell'Europa che la veda rilanciarsi come soggetto reale che riesca a rompere con il monetarismo e punti su una reindustrializzazione qualificata, alla cui base c'è la rivalorizzazione del lavoro e dell'ambiente.
Questa dimensione della politica c'interroga sugli strumenti necessari, sulle culture e le pratiche da mettere in campo. La cassetta degli attrezzi cui ho attinto per il mio, piccolo, ruolo in queste due vicende è fatta d'iniziativa dall'lato e dal basso, di unità e di radicalità, di progettualità e conflitto. A me paiono i materiali indispensabili a ricostruire la sinistra dell'oggi e del domani che non vedo proprio affidata a un populismo identitarista cui si lasciano andare tutti coloro che sono incapaci di un rispondere progressivo alla crisi della politica come pratica reale del cambiamento.


20/12/2008