mercoledì 7 gennaio 2009

Scontri in Svezia fra immigrati e polizia


Di Bruno Amoruso, da Il Manifesto del 21-12- 2008

Terza notte di violenze a Malmoe dopo lo sgombero di una moschea «abusiva». La polizia svedese prova a sedare la rivolta nel quartiere Rosengård anche con l'aiuto di agenti arrivati dalla Danimarca.
Sradicamento dal contesto «tradizionale» e strade chiuse per l'accesso al mercato del lavoro: in crisi il modello d'integrazione scandinavo dei migranti. Per la terza sera consecutiva, la città di Malmoe in Svezia ha vissuto una serata di disordini: cinque giovani fermati dopo il lancio di molotov contro una scuola, qualche cassonetto incendiato. Poca cosa rispetto alle due precedenti notti di scontri tra polizia e dimostranti, scoppiati al culmine di una settimana di tensione e proteste - pacifiche però - dopo la chiusura di un centro islamico che ospitava una moschea senza i dovuti permessi. Si vede che ha avuto qualche effetto l'intervento energico e numeroso della polizia svedese e danese, e l'opera di mediazione svolta dai rappresentanti delle comunità islamiche locali. Il quartiere di Rosengård, teatro degli scontri, aveva ospitato mesi fa alcune delle iniziative del Forum sociale europeo che avevano offerto ai partecipanti un assaggio della diversità sociale urbana della città e della sensibilità dei movimenti locali. Si tratta di un quartiere costruito tra gli anni '60 e '70 per famiglie a basso reddito. Ma è cresciuta in fretta, diventando una zona di concentrazione di immigrati e sovrappopolata rispetto alle previsioni: costruita per 15.000 persone, oggi ne ospita oggi più di 22.000, all'80% immigrati e con una forte presenza di persone non registrate. Parti del quartiere sono divenuti slum urbani (Herrgården) con popolazione povera e zingari. Alle ultime elezioni locali i socialdemocratici e la sinistra hanno ottenuto rispettivamente il 72% e il 6 % dei voti. Solo un braccio di mare separa Malmoe dalla capitale danese Copenaghen, e un ponte le unisce. Ora la collaborazione tra la polizia e gli organi di sicurezza dei due paesi riflette la loro preoccupazione di fronte quella che era iniziata come una protesta identitaria, sociale e religiosa: ma ha assunto caratteri sempre più politici, fondendosi con movimenti giovanili locali e ispirandosi a fenomeni politici e culturali internazionali. Questo coktail tra conflitti sociali e politici interni e quelli internazionali allarma quantomai le forze di sicurezza danesi, per la sensibilità diffusa tra i giovani verso le forme di solidarietà che, in varie occasioni, ha dato luogo a forme strette di collaborazione. Il tema più discusso in Danimarca da alcuni mesi è la pubblicazione degli atti giudiziari di un gruppo politico che in alleanza con organizzazioni palestinesi e antimperialiste ha condotto per venti anni un'attività illegale e militarizzata, in barba a tutti i sistemi efficienti di controllo sociale, poliziesco e militare (Blekingegade-banden). Gli episodi di Malmoe non sono nuovi e riflettono una tensione latente ormai da alcuni anni e che ha visto episodi simili di protesta violenta anche nella vicina Danimarca. Le esplosioni di rabbia avvengono sempre sotto la spinta di fenomeni specifici percepiti come provocazioni: come lo fu la bravata razzista della pubblicazione delle vignette da parte dello Jylland Posten danese, o come il diniego di poter esercitare i propri riti di culto e di aprire cimiteri di culto islamico. Inoltre da un decennio è iniziata una opera sistematica di esproprio degli spazi che nei vent'anni precedenti i movimenti sociali e della sinistra erano riusciti a costruire: Cristiania a Copenaghen, l'Università di Roskilde, la Casa dei giovani che l'anno scorso fu causa di scontri violenti sempre a Copenaghen, fino all'episodio recente di Malmoe. Spesso il pretesto assume forme giuridico-formali: la richiesta di un privato di riprendersi la sede a Malmoe. O, nel caso della Casa dei giovani di Copenaghen, la vendita dello stabile da parte del comune a una setta religiosa che lo ha acquistato al solo scopo di «allontanare il peccato" da quei luoghi. Si intrecci tutto questo al crescere dell'immigrazione negli ultimi trenta anni, che ha sempre più messo in crisi il meccanismo di integrazione previsto ed applicato dalle politiche migratorie dei paesi scandinavi. L'aumento del numero non consente più la dispersione degli immigrati sul territorio, per cui aumenta la richiesta di spazi e di servizi legati non solo alle funzioni tradizionali dell'amministrazione pubblica di questi paesi, ma a forme diverse di vita e di organizzazione sociale, culturale e religiosa. Nascono così inevitabilmente forme di «dualismo» che società fortemente integrate (mono-etniche, con religione di stato, e livelli altissimi di coesione e controllo sociale) come quelle scandinave hanno difficoltà a gestire e accettare. Ma alla base di tutto ciò c'è oggi la rivolta dei giovani musulmani che, nutrita dalle esperienze esistenziali dei giovani immigrati di seconda e terza generazione, tende a radicalizzarsi rispetto alle stesse comunità e ai rappresentanti più anziani. La rivolta giovanile è dovuta paradossalmente al successo dell'integrazione dei giovani immigrati in questi paesi mediante l'istruzione e la cittadinanza, che però poi si è arrestata alla soglia del loro inserimento di vita nella società. Il percorso è lineare. I figli di immigrati nati in questi paesi sono accompagnati dall'inizio dallo stato e dalle sue istituzioni verso una forma totale di integrazione che inizia dall'asilo e li segue fino al termine degli studi superiori. Il successo di questa integrazione produce l'assorbimento di questi giovani in moduli di vita europei e moderni, con l'acquisizione della promozione individuale e sociale mediante l'istruzione e il lavoro, e con la loro crescente separazione verso i propri nuclei tradizionali familiari e religiosi in parallelo con quanto avviene per i giovani danesi. La separazione dei giovani dalle famiglie avviene anche per i danesi, ma dentro una tradizione consolidata e di reciproca accettazione, mentre per i giovani islamici (e stranieri in genere) significa la rottura con il proprio nucleo di riferimento e familiare. Fin qui l'integrazione sembra funzionare. Ma poi tutto si rompe. Si scopre cioè che lo sradicamento dal proprio nucleo di riferimento è stato reale, l'integrazione nel nuovo paese solo formale. Al termine degli studi il lavoro reintroduce criteri di selezione tra giovani danesi e giovani immigrati. La cittadinanza non nasconde differenze di razza, religione e appartenenza sociale. Inoltre, i giovani danesi hanno mantenuto dentro le loro tradizioni un rapporto anche familiare, mentre i giovani immigrati hanno pagato con la rottura con le loro radici (famiglia, gruppo religioso, ecc.). Quindi si riscoprono discriminati due volte, per lavoro e per cultura, e per di più oltraggiati verso quei valori di provenienza che li portano a dover ricercare un legame perduto con le famiglie. Si scopre così in forme pratiche il torto subito con la falsa modernità borghese e occidentale, e a questo si aggiunge poi la beffa di veder ridicolizzare le proprie tradizioni ed i propri valori di riferimento. La rabbia si trasforma in protesta e in molti casi anche in rivolta.Per questo la rivolta di Malmo si lega a quelle danesi, delle banlieue francesi, dei giovani palestinesi, e non è di difesa di diritti e dell'esistente ma di una sua irriducibile contestazione.

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