sabato 31 gennaio 2009

Gran Bretagna: monta la protesta contro i lavoratori italiani. La Ue preoccupata


Da il Messaggero del 31-01-09

LONDRA (30 gennaio) - Dilaga la rivolta nel Regno Unito contro gli italiani, accusati di rubare il lavoro agli inglesi. La Commissione europea intanto si è detta preoccupata per le proteste. «Il mercato unico - ha detto il portavoce dell'esecutivo di Bruxelles Johannes Laintenberger - è un bene non solo per le imprese, ma anche per l'occupazione perché senza di esso non sarebbero stati creati molti posti di lavoro».


Centinaia di lavoratori britannici hanno incrociato oggi le braccia per sostenere i loro colleghidella raffineria Lindsey Oil di Grimsby - nel Lincolnshire, Inghilterra - che da mercoledì manifestano contro la decisione della Total - padrona dello stabilimento - di affidare lavori di costruzione all'azienda italiana Irem. 

«Lavoro ai britannici in Gran Bretagna», è lo slogan che unisce i vari picchetti disseminati dalla Scozia al Galles. «Il problema non sono i lavoratori stranieri», ha detto Bobby Buirds, delegato scozzese di Unite, la maggiore sigla sindacale britannica, «ma le aziende straniere che discriminano i lavoratori britannici». In mattinata centinaia di operai della raffineria scozzese di Grangemouth, gigante di proprietà della British Petroleum, hanno scioperato in seguito a una riunione mattutina del collettivo.

Il caso della Irem - che ha vinto un appalto da 220 milioni di euro e ha portato sul posto forza lavoro italiana e portoghese - è diventato quindi la classica goccia che fa traboccare il vaso. «Questa è una battaglia per il diritto di lavorare nel nostro paese: il razzismo non c'entra», dicono i lavoratori. Ieri, però, qualche parola di troppo è scappata. «Gli italiani fanno errori e ignorano le norme di sicurezza», aveva detto un operaio di 29 anni di Grimsby al Daily Express. 

Poi c'è la questione salariale: girava voce che gli stranieri «costassero meno». Pettegolezzo prontamente smentito dalla Total, che gestisce l'impianto e che ha subito precisato che i lavoratori dell'Irem verranno pagati ai livelli britannici, nei termini concordati con i sindacati per la preesistente
forza lavoro. 

«Siamo costantemente in contatto sia con le nostre maestranze in Inghilterra che con le famiglie qui in Italia. Ovviamente attualmente il cantiere è in stand by ed attendiamo indicazioni da parte della nostra committente», ha detto all'agenzia Ansa Giovanni Musso, vice presidente della Irem. «I nostri lavoratori sul posto ci riferiscono di un clima teso - ha proseguito Musso - ma confidiamo sul fatto che presto la situazione possa far registrare una positiva evoluzione. È anche il caso di specificare come dei 220 milioni di euro complessivi dell'appalto la commessa che la nostra si è aggiudicata è di circa 17 milioni di euro. Quattro mesi la durata dell'appalto con scadenza prevista il 30 aprile».

«Abbiamo iniziato a lavorare all'inizio dell'anno e sino a qualche giorno fa - ha proseguito - non si era registrato alcun problema. Come nostra abitudine abbiamo anche avviato sul posto un proficuo dialogo con il sindacato inglese e con gli stessi lavoratori. Non so spiegarmi sinceramente cosa sia accaduto e cosa possa spostare negli equilibri più generali una commessa di queste dimensioni per un periodo di tempo così contenuto alla quale stanno lavorando un'ottantina di persone, in larghissima parte italiana e qualche portoghese».

«Comprendo l'ansia dei lavoratori britannici per l'attuale situazione economica: anche in Italia i lavoratori sono preoccupati per la crisi. Ma in questo caso l'azienda italiana ha vinto l'appalto rispettando sia le regole britanniche che quelle Ue». Lo ha detto l'ambasciatore italiano nel Regno Unito Giancarlo
Aragona alle telecamere dell'emittente britannica Sky News. 

Il caso si sta tramutando in un problema per il governo britannico perché i lavoratori usano come slogan le parole del primo ministro Gordon Brown, che aveva promesso «lavoro ai britannici in Gran Bretagna». «Quello che vogliamo», ha detto oggi un manifestante, «è che Brown mantenga le promesse». La società italiana Irem tuttavia ha vinto correttamente l'appalto dopo aver battuto la concorrenza di sei aziende, di cui cinque britanniche.

Hilary Benn, ministro per l'Ambiente, ha intanto dichiarato che «i lavoratori britannici si meritano una risposta». «Potete capire l'indignazione morale di queste persone», ha sottolineato Derek Simpson, co-segretario di Unite, «che vedono impiegata forza lavoro straniera mentre loro restano disoccupati». 

venerdì 30 gennaio 2009

Islanda, la prima volta di Joanna, una lesbica al governo


Di Delia Vaccarello, su L'Unità del 30-01-09


Per uscire dalla crisi l'Islanda punta su Johanna Sigurdardottir, ministro più amato dagli islandesi. Designata per l'incarico di premier, strapperà due primati in uno: la prima donna a capo dell'esecutivo in Islanda, la prima donna lesbica premier al mondo. Capelli bianchi a caschetto, 66anni, ministro uscente per gli Affari Sociali, un passato di hostess, l'esponente socialdemocratica sembra accendere le speranze di un'isola ricca che ha fatto tilt, la cui economia basata su un sistema bancario smisurato non ha retto alla crisi.

Buona parte dei 320mila abitanti nelle ultime settimane ha manifestato a Reykjavik chiedendo le dimissioni del governo, dopo che in ottobre l'esecutivo era stato obbligato a nazionalizzare le prime tre banche del paese a corto di liquidi, mandando all'aria posti di lavoro e risparmi. A questi colpi non ha retto il governo del centrista Geir Haarde (tra l'altro affetto da una grave malattia). Di qui l'incarico del presidente della Repubblica per un nuovo esecutivo lampo che arrivi almeno a maggio e il nome di Johanna lanciato dai socialdemocratici e approvato dai Verdi, con il profilarsi di un appoggio esterno dei centristi. 

Perché Johanna? Perché piace, sta dalla parte delle minoranze, conosce il bisogno, le debolezze, la “gente comune”. Tre su quattro dei cittadini islandesi (73%) sono soddisfatti del suo operato secondo un sondaggio Gallup dello scorso dicembre. Non è tutto, rispetto ai colleghi è la sola a dare fiducia più dell'anno precedente: è l'unico ministro uscente cresciuto in popolarità nel 2007. Parere significativo, visto l'epilogo del 2008. La gente crede in lei, il responso delle urne potrebbe riconfermarla.

Il lesbismo? Non ne ha fatto mai mistero. Divorziata dal marito, ha due figli grandi e da sette anni un legame regolato dalla “partnership” con la giornalista e scrittrice Jonina Leosdottir. La sua vita privata, resa serena anche da leggi per le unioni civili che l'Islanda condivide con gli altri paesi scandinavi, non pesa sulla vita pubblica. In questo caso fa notizia perché è la prima volta al mondo che una donna lesbica diventa premier. Ma non è la prima volta che a Johanna stanno a cuore i problemi del suo paese. "Johanna è una politica esperta, tutta l'Islanda la rispetta e la ama" commenta la ministra dell'Ambiente, Thurunn Sveinbjarnardottir. Per molti islandesi, è l'unica che "si preoccupa della gente comune" ed è noto l'impegno profuso per difendere i diritti sociali e le opportunità delle minoranze. Alle spalle non ha una famiglia famosa né potente. Si è formata sui problemi del lavoro, facendo attività sindacale da hostess. Eletta in Parlamento nel 1978, è stata già ministro degli Affari sociali dal 1987 al 1994. E' una donna che sa scegliere e aspettare, lavorando. Nel '95 lasciò il partito socialdemocratico dopo aver perso la corsa per la leadership, dando vita a una propria formazione. Parlando dopo la sconfitta, guardò lontano e disse: "Verrà il mio momento". Aveva ragione.

martedì 27 gennaio 2009

Europee, accordo possibile


Dall'Avanti del 27-01-2009

La volontà politica sembra esserci, il tempo per metterla in pratica pure. La riforma della legge elettorale per le Europee non è un discorso chiuso. Anche se la data del voto si avvicina e il tempo stringe gli emissari di Pd e Pdl continuano a trattare.
Sul tavolo, secondo quanto è emerso nelle ultime ore, ci sarebbe una proposta chiara: non si toccano preferenze e circoscrizioni, ma la soglia di sbarramento sì, verrebbe alzata al 4 o addirittura al 5%. Manca la certezza perché i contatti tra maggioranza e opposizione sono portati avanti dietro le quinte, senza cioè l'impegno diretto di Veltroni e Berlusconi. Che ovviamente avrebbero l'ultima parola. "Non c'è ancora niente di definitivo e di deciso", spiega infatti al Velino il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Donato Bruno.
Di ipotesi "plausibile" parla invece Salvatore Vassallo, plenipotenziario del Partito democratico in tema di riforma elettorale. D'altronde, "quella di cui stiamo discutendo è la proposta avanzata dai democratici, con il mantenimento delle preferenze e l'innalzamento della soglia di sbarramento. L'unica cosa - conclude - è capire se Berlusconi è d'accordo". Per ora questo non si sa, ma il premier non ha mai nascosto la volontà di preferire meccanismi anti-fram-mentazione, seppur combinata alle liste bloccate. Negli ambienti azzurri si fa notare che - "su sollecitazione del Pd" - la riflessione "si è riaperta", e che le possibilità di riuscita ci sono. Magari sulla soglia del 4%, "gradita alla Le-ga-
Una chance confermata dal confronto a Montecatini tra i coordinatori di Forza Italia e Pd, Verdini e Bettini. An guarda con favore alla trattativa. "Non sono sempre convinto delle cose fatte in 'zona Cesarmi', all'ultimo momento - spiega Italo Bocchino -, ma l'idea di riformare la legge elettorale per le Europee non toccando le preferenze e alzando la soglia di sbarramento ci vede favorevoli". Anche l'Italia dei valori accoglie la proposta. "Siamo convinti che occorre procedere al superamento della frammentazione delle forze politiche", dice il portavoce Leoluca Orlando. "Se le preferenze vengono lasciate, possiamo discutere qualunque cosa". E poi, come da più parti è stato fatto notare, i dipietristi sarebbero avvantaggiati e "mangerebbero" consensi ai "nanetti", i partiti più piccoli che non supererebbero la soglia.
Nessun problema dal-lUdc. I centristi sono dati abbondantemente sopra il 5% e non temono l'in
troduzione di una soglia: "Siamo impegnati a scardinare questo finto bipartitismo - dice Pier Ferdinando Casini - e speriamo di avere dalle elezioni Europee e Amministrative il termometro di una nostra crescita che già avvertiamo tutti i giorni". Anche per loro ciò che conta è che non vengano toccate le preferenze. I "nanetti", spaventati dall'ipotesi di restare fuori all'Europarlamento, alzano la voce. Un simile accordo, attacca il segretario del Partito socialista, Riccardo Nencini, "sarebbe perfettamente in linea con la semplificazione di cui tanto si parla: l'assassinio della politica e di ogni sua forma di vita". Dello stesso tenore - se non più vibrate - le proteste che vengono dalle altre forze della sinistra escluse dal Parlamento.
"Quando risultasse vero, Rifondazione comunista ne trarrebbe tutte le conseguenze nel rapporto con il Partito democratico sia sul piano nazionale che locale", avverte il segretario Paolo Ferrerò in relazione alla possibile intesa Pd-Berlusconi. Infine, Francesco Storace, leader della Destra, accusa: "A 14 settimane dall'apertura della campagna elettorale, solo pensare a una legge canaglia' per le Europee significa aprire una fase di tensione nel nostro Paese".
data

lunedì 26 gennaio 2009

Cgil: con la riforma dei contratti si perdono trecento euro l´anno


Di Roberto Petrini, su la Repubblica del 26/01/2009


"Recupero più soft dell´inflazione". Divisioni nel Pd. L´impatto del nuovo sistema sui salari. Sacrifici ancora più forti per gli statali. Uil: Epifani scorretto
Una perdita secca di 1.352 euro, circa 300 l´anno, per i lavoratori privati e che per gli statali può essere maggiore. E´ questa la cifra che la Cgil ieri ha denunciato dagli studi della popolare trasmissione televisiva "Domenica in" e che testimonia gli effetti per le tasche dei lavoratori dell´accordo firmato la settimana scorsa sul nuovo assetto contrattuale. I 1.352 euro, di cui ha parlato il segretario confederale della Cgil Agostino Megale, rappresentano la perdita nel corso degli ultimi cinque anni, cioè dal 2004 al 2008 compreso, se gli aumenti contrattuali e i recuperi del tasso d´inflazione fossero stati calcolati con le nuove regole e non in base alle vecchie intese del luglio del 1993. In termini percentuali con il vecchio sistema i lavoratori del settore privato avrebbero recuperato il 2,4 per cento, con l´attuale sistema avrebbero perso il 2,1 per cento. «Per il sistema delle imprese ? ha detto Megale ? ci sarebbe stato un guadagno di 15-16 miliardi».Con l´Accordo quadro del 22 gennaio infatti cambiano alcuni parametri che rendono l´inflazione più "leggera". In primo luogo il recupero si fa al netto della bolletta energetica (mentre in passato si parlava genericamente delle ragioni di scambio); proprio per questo motivo anche gli aumenti si calcolano ora in base ad un valore del "punto" retributivo più basso. Ad esempio: il punto retributivo dei metalmeccanici, cioè il valore in termini di salario di un punto d´inflazione, con il vecchio sistema era di circa 18 euro, con il nuovo scende a 15,35 cioè di circa il 15 per cento.La situazione peggiora per gli statali che perderebbero circa il 30 per cento del valore del loro punto. Per questo motivo la Cgil dei pubblici dipendenti è sul piede di guerra: infatti gli aumenti per gli statali sono stati vincolati ? sembra su richiesta dello stesso ministro dell´Economia Tremonti preoccupato per la cassa ? all´andamento della finanza pubblica.Intanto è sceso in campo nuovamente il ministro della Funzione pubblica, Brunetta: «Possibile che tutti hanno torto e solo la Cgil ha ragione?». Polemiche anche da parte del segretario della Uil ligure, Massa, che ha criticato Epifani per aver utilizzato la manifestazione su Guido Rossa per «muovere critiche scorrette e inopportune». Serrato anche il dibattito all´interno del Pd. «Qual è la posizione del Pd su contratti e referendum sindacale?», ha chiesto Franco Monaco. Contro l´accordo si è espresso l´ex segretario confederale della Cgil Nerozzi che ha definito «incomprensibili» le posizioni di quegli esponenti del Pd che lo difendono. Dopo le sortite di D´Alema e Bersani, a fianco della Cgil, il leader del Pd Veltroni si è augurato che si arrivi ad una soluzione «che tenga conto anche della Cgil». L´ala ex Margherita sembra invece più orientata ad appoggiare l´intesa e in questo senso si sono espressi Enrico Letta, e i due ex segretari della Cisl Marini e D´Antoni.

mercoledì 21 gennaio 2009

Dalla Svezia per il popolo palestinese


di Partito della Sinistra - Svezia
su altre testate del 20/01/2009
Notizie dal Vansterpartiet - Partito della Sinistra (Svezia)


Sabato 10 gennaio si sono raccolte decine di migliaia di persone in tutta la Svezia per mostrare il loro sostegno per il popolo palestinese.A Stoccolma si sono radunate 12000 persone, a Göteborg e Malmö raccolte circa 4000 persone e in Umeå e Västerås quasi 1000.Il Partito della Sinistra svedese chiede con forza che Israele interrompa immediatamente gli attacchi su Gaza e che liberi l'attraversamento delle frontiere di Gaza in modo che la popolazione possa avere accesso ai medicinali e cibo. Chiede inoltre che il governo svedese eserciti pressioni su Israele affinchè venga rispettato il diritto internazionale e i diritti umani.Il tempo per la sola condanna verbale è finito, Israele attua una chiara violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. La Svezia e l'Unione europea devono agire immediatamente per rompere l'attuale accordo di libero scambio tra l'Unione europea e Israele e il congelamento dei negoziati,necessari chiarimenti circa la cooperazione tra l'UE e Israele.Il Partito della Sinistra svedese esige anche che la Svezia rompere immediatamente la sua cooperazione militare con Israele. Ora è giunto il momento di smettere di fermare l'occupazione israeliana e l'aggressione al popolo palestinese.

martedì 20 gennaio 2009

Il deficit sfora, debito alle stelle


Di Alberto D'Argenzio, su la Repubblica del 20/01/2009


Bruxelles pessimista sull´Italia. Almunia: ma state reagendo bene. Il disavanzo al 3,8% nel 2009 e la disoccupazione arriverà fino all´8,7% nel 2010
Come gli altri paesi d´Europa, l´Italia paga la crisi economica mondiale: quest´anno il nostro deficit tornerà a sforare i parametri di Maastricht, posizionandosi al 3,8% del Prodotto interno lordo. Ma il vero allarme arriva dal debito pubblico, che nel periodo 2007-2010 schizzerà in alto di 6 punti percentuali, ingrossando la montagna di soldi che ogni anno lo Stato deve pagare per finanziarlo. Colpa di una recessione che nei prossimi 12 mesi ci farà crescere il 2% in meno del 2008 e di una posizione di partenza dei conti pubblici che non consente al governo di fare granché.Le previsioni economiche della Ue pubblicate ieri a Bruxelles in anticipo sul calendario (per fare il punto della crisi), tagliano drasticamente quelle precedenti e sono in linea con le stime pubblicate settimana scorsa da Bankitalia (il ministro Tremonti le aveva definite «un esercizio da astrologi»). Con il risultato di gettare lunghe ombre sul futuro del Belpaese. Come detto, nel 2009 Roma registrerà una contrazione della crescita (-2%) rispetto a quella già negativa del 2008 (-0,6%). Solo nel 2010 il Pil tornerà ad aumentare, anche se timidamente (+0,3%).Previsione, oltretutto, minacciata da mille variabili negative. Non stupisce dunque che il deficit sia destinato a schizzare verso l´alto, sforando il parametro di Maastricht (3%): quest´anno si posizionerà al 3,8% del Pil (un punto in più rispetto al 2008), scendendo appena di un decimale nel 2010. E per l´Italia - uscita dall´incubo procedura deficit eccessivo meno di un anno fa, negli ultimi giorni del governo Prodi - si potrebbe avvicinare un nuovo procedimento Ue. Questa volta, però, Roma sarebbe in compagnia delle altre grandi capitali europee e la Commissione non dovrebbe chiedere risanamenti immediati, per evitare di strozzare le tenui possibilità di rilancio. Interpretazione confermata ieri sera da Jean-Claude Junker, presidente dell´Eurogruppo (il tavolo dei ministri della moneta unica riunitosi a Bruxelles).Ma la notizia più allarmante arriva dal debito, il vero fardello del Belpaese (è il più alto d´Europa): nel 2008 è arrivato al 105,7% del Pil, nel 2009 schizzerà al 109,3% e nel 2010 continuerà la sua corsa toccando il 110,3%. Oltretutto, avverte Bruxelles, potrebbe ulteriormente lievitare nel caso lo Stato dovesse trovarsi costretto a «ricapitalizzare» una o più banche in difficoltà. Ma non finisce qui. Quando l´economia va male, sale il tasso di disoccpuazione: in Italia passerà dal 6,7% dello scorso anno all´8,7% del 2010.Commentando le previsioni, il commissario Ue agli Affari economici, Joaqiun Almunia, ha sottolineato che «Tremonti sa perfettamente cosa va fatto: si tratta di dare seguito alle misure prese fino ad oggi all´insegna di un´adeguata combinazione tra l´esigenza di stimolare l´economia e quella di rimanere prudenti sul fronte dei conti». Insomma, reagire senza creare nuovi squilibri. Un via libera alla linea della cautela del ministro dell´Economia, che ieri ha incassato anche l´ok di Eurogruppo e Commissione sul piano anticrisi da 5 miliardi, giudicato coerente con l´attuale situazione italiana. Situazione in cui i margini di manovra sono ben pochi («l´altissimo debito - scrive la Ue - impedisce al governo di usare soldi pubblici per reagire alla crisi»).

lunedì 19 gennaio 2009

Israele all'Aja


Di Luisa Morgantini* e Roberto Musacchio**, da www.aprileonline.info, 15 gennaio 2009


Il commento:

I punti chiave della risoluzione approvata a Strasburgo dove si esprime "sgomento" per l'attacco di edifici civili e dell'Onu, prevede il cessate il fuoco, la fine dell'assedio, i valichi riaperti. Tel Aviv dovrebbe, come chiesto dalle Nazioni Unite, esser processata dalla Corte internazionaleCessate il fuoco immediato e permanente a Gaza, fine dell'assedio che "rappresenta una punizione collettiva contraria al diritto umanitario internazionale", riapertura di tutti i valichi per il passaggio di persone e merci da e per la Striscia e la riconferma della scelta di non procedere al voto per il potenziamento delle relazioni tra UE e Israele: sono questi i punti principali della risoluzione comune approvata oggi all'unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo. Da diverse fonti si hanno notizie di Hamas che sarebbe pronto ad accettare la tregua ma Israele continua la sua aggressione: mentre i Parlamentari votavano per la risoluzione in cui si esprime ''sgomento dinanzi alle sofferenze della popolazione civile di Gaza'' condannando ''con forza'' il fatto che ''siano stati colpiti obiettivi civili e delle Nazioni Unite'', il quartier generale dell'UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi a Gaza city è stato colpito dalle bombe israeliane, che sono cadute anche su ospedali e centri della Mezzaluna Rossa Palestinese. Il Parlamento Europeo chiede dunque con forza ad Israele di rispettare gli obblighi internazionali e il diritto umanitario, di garantire "corridoi" per l'accesso degli aiuti alla popolazione civile e di consentire alla stampa di seguire gli eventi che avvengono dentro la Striscia. La risoluzione chiede anche ad Hamas di fermare il lancio di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele e di lavorare per l'unità politica e territoriale palestinese.E' vergognoso che i gruppi PPE e UEN -per altro non seguiti da molti loro MEPS- abbiano chiesto un voto separato sul blocco di Gaza e sulla violazione da parte di Israele dei diritti umani: gli oltre 1000 morti e più di 4000 feriti a Gaza sono una tragedia e un crimine che non ammettono distinguo.Noi aderiamo e sosteniamo invece l'appello di molte ONG Internazionali ed europee, di Premi Nobel per la Pace e di gran parte della società civile mobilitata in questi giorni per la pace, affinché Israele risponda davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dei crimini di guerra commessi contro i civili di Gaza -come richiesto anche dalla Commissione Diritti umani delle Nazioni Unite- e che un Tribunale internazionale verifichi anche se armi non convenzionali siano state usate dall'esercito israeliano nella Striscia.

*Vice Presidente del Parlamento Europeo

**Capo delegazione PRC al PE

sabato 17 gennaio 2009

Germania, 50 miliardi, contro la crisi.Critici sindacati e sinistra


Di Matteo Alviti, su Liberazione del 17-01-2009

Sarà la recessione più forte mai vissuta dalla Repubblica federale tedesca. Se le previsioni del ministero dell’Economia, anticipate giovedì dal Fi-nancial Times, verranno confermate, nel 2009 il pil della più solida economia dell’eurozona subirà una contrazione del 2,25%.
Per superare la crisi, nella notte tra lunedì e martedì, il governo di grande coalizione ha varato il secondo pacchetto di aiuti all’economia e alle famiglie, per un valore complessivo di 50 miliardi di euro. Dopo mesi di cautela e i “soli” 12 miliardi del primo intervento - che le erano costati duri rimproveri, in Germania comein Europa -, la cancelliera Angela Merkel, con gli alleati della Csu bavarese e i socialdemocratici del vicen-cancelliere Steinmeier, ha approvato il più grande piano di spesa della storia della repubblica. Solo per rimanere alle misure più importanti, contro la crisi la grande coalizione ha deciso di alzare il livello del reddito esentasse a 8004 euro in due anni, di far scendere la prima aliquota dal 15 al 14% e di alleggerire il carico fiscale sugli aumenti di stipendio strappati dai rinnovi contrattuali. Inoltre sarà ridotto dello 0,6% il contributo versato da datori di lavoro e dipendenti per le assicurazioni sanitarie. Concessioni fiscali per circa nove miliardi di euro che faranno risparmiare poco più di 300 euro di tasse, in due anni, al ceto medio. A questi si aggiungeranno i 100 euro una tantum che il governo pagherà in primavera per ogni famiglia con figli a carico, esclusi i redditi più alti. Investimenti per circa 18 miliardi, poi, sono previsti nelle infrastrutture - ammodernamento di ospedali, scuole, strade ed edifici pubblici, posa della banda larga -, nella formazione e nella ricerca. Altri due miliardi saranno impegnati per la formazione dei disoccupati di lungo corso. Infine il governo ha previsto un premio di 2500 euro per chi lascerà rottamare un’auto più vecchia di nove anni. Una mano tesa all’ambiente, dice il governo, e, soprattutto, all’industria automobilistica in crisi, dicono i critici. In nome della difesa dei posti di lavoro, il governo nero-rosso ha raggiunto un compromesso che, secondo i critici, è più utile a soddisfare le lobby elettorali che non a rilanciare l’economia sul lungo periodo, disperdendo in troppi interventi una cifra pari all’1,4% del pil. Secondo le previsioni del ministero delle Finanze il tetto del 3% nel rapporto deficit-pil sarà sfondato solo nel 2010, raggiungendo il 4%. Per quel che riguarda i piani per il rientro del debito, negli anni a venire, il governo conta anche sugli utili di Bun-desbank. Comunque vada, il piano anticrisi non sarà comunque in grado, riconoscono gli stessi politici di grande coalizione, di annullare l’effetto del ciclone che si sta abbattendo sulle economie mondiali. Il piano del governo non è piaciuto affatto alle opposizioni, pronte a dare battaglia in un anno, il 2009, che prevede una lunga serie di appuntamenti elettorali, compreso il rinnovo del parlamento il prossimo ottobre. Secondo la sinistra d’opposizione, die Linke, il piano d’intervento non tutela adeguatamente i redditi più bassi: chi non paga le tasse perché guadagna troppo poco, insieme a 17 milioni di pensionati, non otterrà nulla. Critiche anche dai liberali: troppi debiti contratti solo per gettare fumo negli occhi all’elettorato in vista delle elezioni. Una bocciatura arriva anche dai sindacati, che con Michael Sommer, capo della federazione Dgb, giudicano insufficienti le misure mobilizzate.

venerdì 16 gennaio 2009

Perchè non abbiamo votato a favore della risoluzione su Gaza

15/01/2009 - Strasburgo, 15 gennaio 2009 -
«Ci siamo astenuti nella votazione della risoluzione su Gaza perche l'Europa non può continuare a garantire l'impunità ad Israele di fronte alla continua violazione di tutte le convenzioni internazionali e degli accordi umanitari e sui diritti umani. La risoluzione approvata oggi dal Parlamento Europeo contiene alcuni punti importanti come la richiesta di un immediato cessate il fuoco e del rispetto della risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e la richiesta ad Israele di rendere possibile l'entrata in Gaza degli aiuti umanitari . Ma ancora una volta l'Europa si limita alle parole. Manca una inequivocabile condanna dell'aggressione israeliana, mentre l'UE avrebbe dovuto sospendere l'accordo di associazione UE/Israele come esplicitamente previsto dalla clausola sui diritti umani presente nel medesimo accordo. L'uccisione di centinaia di bambini, di donne e di civili, il bombardamento delle sedi delle agenzie dell'ONU sono incompatibili con il rispetto dei diritti umani. Se qualunque altro Paese avesse commesso le atrocità che Israele sta commettendo a Gaza l'UE avrebbe immediatamente sospeso ogni rapporto commerciale. Aderiamo alla campagna internazionale per il boicottaggio dei prodotti israeliani, invitiamo tutti a non acquistare i prodotti provenienti da Israele contrassegnati con il codice a barre 729. Il boicottaggio é una risposta pacifica e nonviolenta a chi parla il linguaggio della violenza e delle armi».

Vittorio Agnoletto, europarlamentare GUE/Sinistra Europea

Giulietto Chiesa, europarlamentare (indipendente) gruppo PSE

Approvato il decreto anticrisi, ma il governo va sotto



Di Gemma Contin su Liberazione del 16-01-2009





Scivolone del centrodestra, ieri alla Camera dei deputati, che ha votato a favore di un ordine del giorno del Partito democratico sul cosiddetto decreto anticrisi.Un pacchetto di misure che il ministro Tremonti cerca di sdoganare come aiuti all'economia (famiglie e imprese, lavoratori e senza lavoro) per uscire da una crisi globale di cui si vedranno quest'anno tutte le conseguenze.Decreto tiepido, insufficiente: appena una litania tortuosa di quello che serve, ma un macigno sui disaccordi e dissapori intestini del Popolo delle Libertà, con i governatori del Sud allarmatissimi per la secolare "questione meridionale", con quelli del Nord frustrati nei loro progetti sul territorio (la "questione settentrionale"), e con in più il presidente della Camera, in doppiopetto iperistituzionale, insorto a garanzia delle prerogative del Parlamento, spodestato della sua funzione legislativa dal ricorso alla fiducia. Pretesa paradossale, per dire il vero, con un governo che gode di una maggioranza incontrastata sia alla Camera sia al Senato, anche senza il voto dei senatori a vita. Eppure, per come sono poi andate le cose, si è rivelata una preoccupazione del premier giustificata dal voto di ieri, che ha visto il Pd "trionfare" su una questione "irrilevante" come i pagamenti degli enti locali alle piccole e medie imprese.Vediamo allora, su un paio di punti "esemplari", di cosa parla questo decreto: un atto governativo contenente «Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e imprese e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale».Varato il 29 novembre scorso con la formula delle "ragioni di necessità ed urgenza", adesso i due rami del Parlamento sono chiamati a trasformarlo in legge entro il 28 gennaio, pena la decadenza. Primo capitolo: «Sostegno alle famiglie»; articolo 1: «Bonus straordinario per famiglie, lavoratori pensionati e non autosufficienza». Si tratta di un'una tantum, solo per quest'anno, da 200 a mille euro (se ci sono portatori di handicap) per nucleo famigliare, con reddito da 15mila a 35mila euro lordi all'anno, purché rilevabile dalle dichiarazioni dei redditi, comprensivo del valore catastale dell'abitazione, purché gli aventi diritto ne facciano richiesta all'Agenzia delle Entrate.L'articolo 4, «Fondo per il credito per i nuovi nati», dice: «Per la realizzazione di iniziative a carattere nazionale volte a favorire l'accesso al credito delle famiglie con un figlio nato o adottato nell'anno di riferimento, è istituito presso la Presidenza del Consiglio un apposito fondo rotativo, finalizzato al rilascio di garanzie dirette, anche fidejussorie, alle banche e agli intermediari finanziari». Un fondo a garanzia delle banche se le famiglie che contraggono un debito poi non possono pagarlo.Uno dei punti che soprattutto ha fatto infuriare i sindacati è il terzo capitolo: «Ridisegno in funzione anticrisi del quadro strategico nazionale». All'articolo 19 dice: «Potenziamento ed estensione degli strumenti di tutela del reddito in caso di sospensione dal lavoro o di disoccupazione, nonché disciplina per la concessione degli ammortizzatori in deroga». Si prevede che in un momento di gravissima crisi i fondi per la disoccupazione e la cassa integrazione non bastino per fare fronte al rincorrersi delle crescenti minacce di esodi dal lavoro. Sono a rischio infatti migliaia di posti, dato che nel 2009, dice l'Istat, il tasso di disoccupazione potrebbe superare l'8%. E allora il governo che cosa escogita? che l'indennità di disoccupazione e l'assegno di cassa integrazione vengano erogati in concorso con gli Enti locali. E se la pubblica amministrazione locale, già gravata da un patto di stabilità interna insostenibile, non interviene? nisba, nothing: le casse dello Stato non copriranno l'onere. Dunque chi resta disoccupato, o chi dovrebbe essere accompagnato alla fuoriuscita dall'attività lavorativa con provvidenze di sostegno, rischia di rimanere, letteralmente, in mezzo alla strada. Dite voi se questa è una legge!

Perché l'Italia non può fare l'ottimista


Di Raffaela Cascioli, su Europa del 15-01-2009


Il contrasto tra la realtà dell'economia e il mondo virtuale della politica di governo e maggioranza non è mai apparso così evidente come ieri. Mentre, infatti, l'aula di Montecitorio concedeva la fiducia al governo su un testo blindato del decreto anticrisi, la temperatura del?economia è scesa sotto zero.
A novembre la produzione industriale, stando ai dati Istat, è crollata del 12,3% su base tendenziale. Depurato dagli effetti di calendario, il crollo si attesta intorno al 9,7% facendo segnare la riduzione più ampia dal gennaio del 1991. Un dato ancora più drammatico per il settore automobilistico dove la produzione è precipitata del 46,4%. A peggiorare un quadro già di per sé preoccupante sono arrivati i dati del Centro studi di Confindustria secondo cui il Pil 2008 si chiuderà con un calo dello 0,6% e avrà un effetto depressivo anche per il 2009 quando la contrazione sarà dell'1,1%.
Se per lOcse l'Italia ha conquistato la maglia nera per la crescita nellarea, gli economisti di Parigi ritengono che nella zona euro il peggio deve ancora arrivare nonostante il dato sulla crescita tedesca nel quarto trimestre 2008 fotografi già il paese in recessione. La stima della contrazione d'oltre Reno nell'ultimo trimestre 2008 è compresa tra ìl,5 e il 2% al punto da frenare la locomotiva tedesca nel dato finale del 2008 quando il Pil crescerà dell 1,3%. La brusca frenata tedesca si rifletterà inevitabilmente già a partire dal primo trimestre di quest'anno sul Bei-paese. Finora, visti i legami commerciali tra Italia e Germania, è sempre andata così e, quindi, all'industria tricolore non resta che sperare nella ripresa di un mercato interno che proprio il decreto anticrisi non sembra per nulla rivitalizzare né a livello di sostegno dei redditi e di ammortizzatori sociali, né di aiuti alt impresa. A fronte di risorse insufficienti e di coperture insoddisfacenti, il decreto mette in luce le divisioni della maggioranza e l'incapacità del governo di far fronte alt emergenza economica. Per il ministro ombra dell economia del Pd, Pierluigi Bersani, ? Italia è un paese fermo che non solo non fronteggia la crisi ma ha anche impedito al parlamento una discussione efficace sulle misure anticrisi. Nel chiedere la fiducia sul provvedimento, il governo ha detto che l'Italia è il primo paese ad affrontare la crisi. Parole colpevolmente pesanti visto che la Germania lunedì sera ha deciso un piano di rilancio di 50 miliardi di euro «per liberare forze a favore della crescita e del lavoro». Cinquanta miliardi articolati in investimenti pubblici e abbassamento d'imposte. Questo provvedimento segue una prima iniziativa di rilancio varata dal governo tedesco in autunno con una dotazione di 31 miliardi di euro.
Ed è di ieri la notizia che le autorità inglesi si apprestano a garantire fino a 20 miliardi di sterline (pari a 22 miliardi di euro) di prestiti a breve termine contratti dalle pmi. Obiettivo del ministro del commercio Man-delson è quello di incoraggiare gli istituti di credito a finanziare le pmi al punto che la garanzia statale coprirà il 50% del rischio di non pagamento dei prestiti a breve così da consentire di mettere in sicurezza le linee di credito concesse alle imprese con un giro d'affari non superiore ai 500 milioni di sterline. Il governo britannico è anche pronto a mettere una garanzia speciale di un miliardo di sterline sui prestiti a lungo termine contratti dalle microimprese con un fatturato non superiore ai 25 milioni di sterline. Ed ancora Mandel-son ha annunciato la creazione di un fondo con una dotazione di 75 milioni di sterline, che investirà direttamente nelle piccole imprese sottocapitalizzate. Si tratta della terza tappa per Gordon Brown che a ottobre ha messo a punto un piano di salvataggio delle banche e a novembre ha varato un piano di rilancio del bilancio. In Italia le cifre sono ridicole e, soprattutto, il loro impatto resta discutibile.

lunedì 12 gennaio 2009

Guerra del Gas: Intesa siglata tra Ue, Ucraina e Russia. Ripartono le forniture


KIEV – Torna il gas in Europa. L’accordo tra Ue, Ucraina e Russia è stato siglato la notte scorsa dopo giorni di apprensione per una buona parte dei paesi del vecchio continente che si riforniscono di combustibile volatile da Mosca. Riprenderanno a partire da oggi le forniture anche per l’Italia, mettendo così la parola fine a questa nuova “guerra del gas” che nel giro di poco più di una settimana aveva già lasciato al freddo intere città e costretto diverse industrie ad abbassare la velocità della produzione. 

A dare notizia dell’esito positivo del negoziato è stato il ministro dell’industria della Repubblica Ceca, Marin Riman, che aveva il mandato di trattare con le due parti in contrasto per conto della Ue. 

Con la sua firma al protocollo d’intesa, Kiev apre così le sue porte ad un numero ancora indefinito di osservatori europei che avranno il compito di monitorare il corretto transito del gas russo dal gasdotto ucraino. Mosca aveva, infatti, accusato nei giorni scorsi il governo dell’ex Stato satellite di rubare il combustibile diretto verso l’Europa, e per questo aveva interrotto definitivamente le forniture, seminando una vera e propria reazione di panico.

Così, dopo l’accordo sottoscritto ieri dai rappresentanti russi e da quelli della Ue, nella notte è arrivata la stretta di mano e le relative firme di Tymoshenko e del suo omologo ceco Topolanek, nonché attuale presidente di turno dell’Europa.

Adesso, come ha assicurato lo stesso Topolanek, l’arrivo degli osservatori nelle zone chiave per il controllo del transito di gas è solo “questione di ore”.

venerdì 9 gennaio 2009

Ue, allarme disoccupati. Almunia: «Basta parole»



Di Fabio Sebastiani, da Liberazione del 09-01-2009

Prima il credit crunch e adesso la disoccupazione. Non è l'Europa a navigare in cattive acque, ma gli europei: dal novembre 2007 allo stesso mese del 2008 quasi un milione e duecentomila sono stati espulsi dai luoghi di lavoro.
Secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, il tasso di disoccupazione dell'eurozona a novembre ha toccato quota 7,8% dopo il 7,7% di ottobre. Rispetto all'ottobre 2008, il numero di senzalavoro è cresciuto di 274.000 unità nell'Ue-27 e di 202.000 nell'eurozona. Per i leader del Vecchio continente, il conto alla rovescia è già cominciato. Ed è stato lo stesso commissario a far sapere che il tempo dei convegni è finito e che ora occorre agire. «Annunciare piani di rilancio non basta, le misure vanno attuate per vederne gli effetti», ha detto Amelia Torres, portavoce del commissario europeo agli Affari economici Joaquin Almunia nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles. «La situazione economica nell'ultimo mese si è deteriorata in modo significativo - ha sottolineato - e continua a deteriorarsi. Noi speriamo che il piano di rilancio proposto dalla Commissione europea ed adottato dai Paesi membri porti i suoi risultati per evitare una recessione lunga e difficile». Al momento le misure previste dai governi ammontano allo 0,9% del Pil, rispetto all'1,2% proposto da Bruxelles, ha ricordato Torres, spiegando che si tratta comunque «di una cifra significativa». L'Ocse, intanto, invece di occuparsi dei costi sociali della crisi preferisce contare le perdite delle banche e invoca maggiori finanziamenti pubblici nel nome del principio "troppo grandi per fallire". Per la cancelliera Angela Merker, l'impegno delle casse pubbliche, però, deve essere «temporaneo». E ieri l'ha ribadito al convegno internazionale sulla crisi dell'economia promosso dal premier Sarkozy. Le principali banche mondiali hanno perso 3.068 miliardi di dollari di capitalizzazione borsistica nel 2008 a causa della crisi dei mercati. Nei 10 principali Paesi (G10) la perdita di valore ha totalizzato 1.727 miliardi rispetto al 2007. Il calo più ampio è degli Usa (-423 miliardi), seguiti da Regno Unito (-307), Belgio e Italia (-176 miliardi). La Penisola, però, aveva segnato nel 2007 un aumento (+73 miliardi) della capitalizzazione delle banche, contrariamente a tutti gli altri big, già 'in rossò. Nel 2007 le banche Usa avevano già lasciato sul terreno borsistico 339 miliardi di dollari, le giapponesi 112 miliardi, le britanniche 101, le francesi 31 e le svizzere 44 miliardi. Gli istituti transalpini nel 2008 (dal 1 gennaio al 19 dicembre) hanno invece visto la capitalizzazione ridursi di 157 miliardi e gli elvetici di 107,5 miliardi. Le banche tedesche hanno pagato lo scotto della crisi lo scorso anno perdendo 84 miliardi di valore di mercato, dopo averne persi 3,7 nel 2007.
Gli economisti dell'Ocse sottolineano anche che è essenziale dare sostegno finanziario alle istituzioni sistematicamente importanti e interconnesse, sulla base del principio «too big to fail» (troppo grandi per fallire) e che tale aiuto deve essere coordinato a livello internazionale, come emerge dal caso delle banche islandesi. Nella quarantina di banche «sistemicamente importanti» per le economia dei Paesi di appartenenza, l'Ocse indica anche le due big italiane Unicredit e Intesa SanPaolo. Mentre la crisi avanza, in Italia si litiga. Ieri l'opposizione è stata costretta ad abbandonare la commissione Lavoro perché il quadro su cosa voglia fare veramente il Governo non è assolutamente chiaro. Da un parte il ministro Sacconi che annuncia la proroga della social card e, dall'altra, nessun aumento di risorse nel capitolo degli ammortizzatori sociali. E Tremonti da Parigi, dove ha partecipato al convegno internazionale di Sarkozy, ha fatto sapere che la crisi in Italia, a ben vedere, non esiste, perché «i consumi hanno tenuto».
Motivo per cui, non si è fatta la detassazione della tredicesima. Altro punto interrogativo è il decreto per la ricapitalizzazione delle banche. Insomma, più che escludere qualche categoria professionale amica dai piani di settore la maggioranza di centrodestra non riesce a fare. E questo è preoccupante.

giovedì 8 gennaio 2009

Bus atei a Londra



Tratto da RaiNews24


In genere pubblicizzano film in uscita o l'ultimo profumo di Armani, ma ora sugli autobus di Londra campeggieranno poster con la scritta: "Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita". La campagna, naturalmente ad opera di associazioni atee, ha ricevuto offerte record per un totale di 113mila dollari, superando di ben sette volte gli obiettivi prefissati.Tra i donatori vip c'è il professore di biologia della Oxford University Richard Dawkins che ha donato novemila dollari. La British Humanist Association, che gestisce i fondi, ha spiegato che l'iniziativa - che dovrebbe durare per tutto il mese di gennaio - ha ricevuto un tale successo che potrebbe estendersi anche a Manchester e Edimburgo.A capo della campagna è la sceneggiatrice inglese Ariane Sherine, che ha spiegato di aver pensato all'iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i non credenti finiranno all'inferno. "Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è l'unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere del terrore".La campagna è anche una risposta a quello che gli atei definisco un trattamento preferenziale dato alla religione nella società britannica.

mercoledì 7 gennaio 2009

Scontri in Svezia fra immigrati e polizia


Di Bruno Amoruso, da Il Manifesto del 21-12- 2008

Terza notte di violenze a Malmoe dopo lo sgombero di una moschea «abusiva». La polizia svedese prova a sedare la rivolta nel quartiere Rosengård anche con l'aiuto di agenti arrivati dalla Danimarca.
Sradicamento dal contesto «tradizionale» e strade chiuse per l'accesso al mercato del lavoro: in crisi il modello d'integrazione scandinavo dei migranti. Per la terza sera consecutiva, la città di Malmoe in Svezia ha vissuto una serata di disordini: cinque giovani fermati dopo il lancio di molotov contro una scuola, qualche cassonetto incendiato. Poca cosa rispetto alle due precedenti notti di scontri tra polizia e dimostranti, scoppiati al culmine di una settimana di tensione e proteste - pacifiche però - dopo la chiusura di un centro islamico che ospitava una moschea senza i dovuti permessi. Si vede che ha avuto qualche effetto l'intervento energico e numeroso della polizia svedese e danese, e l'opera di mediazione svolta dai rappresentanti delle comunità islamiche locali. Il quartiere di Rosengård, teatro degli scontri, aveva ospitato mesi fa alcune delle iniziative del Forum sociale europeo che avevano offerto ai partecipanti un assaggio della diversità sociale urbana della città e della sensibilità dei movimenti locali. Si tratta di un quartiere costruito tra gli anni '60 e '70 per famiglie a basso reddito. Ma è cresciuta in fretta, diventando una zona di concentrazione di immigrati e sovrappopolata rispetto alle previsioni: costruita per 15.000 persone, oggi ne ospita oggi più di 22.000, all'80% immigrati e con una forte presenza di persone non registrate. Parti del quartiere sono divenuti slum urbani (Herrgården) con popolazione povera e zingari. Alle ultime elezioni locali i socialdemocratici e la sinistra hanno ottenuto rispettivamente il 72% e il 6 % dei voti. Solo un braccio di mare separa Malmoe dalla capitale danese Copenaghen, e un ponte le unisce. Ora la collaborazione tra la polizia e gli organi di sicurezza dei due paesi riflette la loro preoccupazione di fronte quella che era iniziata come una protesta identitaria, sociale e religiosa: ma ha assunto caratteri sempre più politici, fondendosi con movimenti giovanili locali e ispirandosi a fenomeni politici e culturali internazionali. Questo coktail tra conflitti sociali e politici interni e quelli internazionali allarma quantomai le forze di sicurezza danesi, per la sensibilità diffusa tra i giovani verso le forme di solidarietà che, in varie occasioni, ha dato luogo a forme strette di collaborazione. Il tema più discusso in Danimarca da alcuni mesi è la pubblicazione degli atti giudiziari di un gruppo politico che in alleanza con organizzazioni palestinesi e antimperialiste ha condotto per venti anni un'attività illegale e militarizzata, in barba a tutti i sistemi efficienti di controllo sociale, poliziesco e militare (Blekingegade-banden). Gli episodi di Malmoe non sono nuovi e riflettono una tensione latente ormai da alcuni anni e che ha visto episodi simili di protesta violenta anche nella vicina Danimarca. Le esplosioni di rabbia avvengono sempre sotto la spinta di fenomeni specifici percepiti come provocazioni: come lo fu la bravata razzista della pubblicazione delle vignette da parte dello Jylland Posten danese, o come il diniego di poter esercitare i propri riti di culto e di aprire cimiteri di culto islamico. Inoltre da un decennio è iniziata una opera sistematica di esproprio degli spazi che nei vent'anni precedenti i movimenti sociali e della sinistra erano riusciti a costruire: Cristiania a Copenaghen, l'Università di Roskilde, la Casa dei giovani che l'anno scorso fu causa di scontri violenti sempre a Copenaghen, fino all'episodio recente di Malmoe. Spesso il pretesto assume forme giuridico-formali: la richiesta di un privato di riprendersi la sede a Malmoe. O, nel caso della Casa dei giovani di Copenaghen, la vendita dello stabile da parte del comune a una setta religiosa che lo ha acquistato al solo scopo di «allontanare il peccato" da quei luoghi. Si intrecci tutto questo al crescere dell'immigrazione negli ultimi trenta anni, che ha sempre più messo in crisi il meccanismo di integrazione previsto ed applicato dalle politiche migratorie dei paesi scandinavi. L'aumento del numero non consente più la dispersione degli immigrati sul territorio, per cui aumenta la richiesta di spazi e di servizi legati non solo alle funzioni tradizionali dell'amministrazione pubblica di questi paesi, ma a forme diverse di vita e di organizzazione sociale, culturale e religiosa. Nascono così inevitabilmente forme di «dualismo» che società fortemente integrate (mono-etniche, con religione di stato, e livelli altissimi di coesione e controllo sociale) come quelle scandinave hanno difficoltà a gestire e accettare. Ma alla base di tutto ciò c'è oggi la rivolta dei giovani musulmani che, nutrita dalle esperienze esistenziali dei giovani immigrati di seconda e terza generazione, tende a radicalizzarsi rispetto alle stesse comunità e ai rappresentanti più anziani. La rivolta giovanile è dovuta paradossalmente al successo dell'integrazione dei giovani immigrati in questi paesi mediante l'istruzione e la cittadinanza, che però poi si è arrestata alla soglia del loro inserimento di vita nella società. Il percorso è lineare. I figli di immigrati nati in questi paesi sono accompagnati dall'inizio dallo stato e dalle sue istituzioni verso una forma totale di integrazione che inizia dall'asilo e li segue fino al termine degli studi superiori. Il successo di questa integrazione produce l'assorbimento di questi giovani in moduli di vita europei e moderni, con l'acquisizione della promozione individuale e sociale mediante l'istruzione e il lavoro, e con la loro crescente separazione verso i propri nuclei tradizionali familiari e religiosi in parallelo con quanto avviene per i giovani danesi. La separazione dei giovani dalle famiglie avviene anche per i danesi, ma dentro una tradizione consolidata e di reciproca accettazione, mentre per i giovani islamici (e stranieri in genere) significa la rottura con il proprio nucleo di riferimento e familiare. Fin qui l'integrazione sembra funzionare. Ma poi tutto si rompe. Si scopre cioè che lo sradicamento dal proprio nucleo di riferimento è stato reale, l'integrazione nel nuovo paese solo formale. Al termine degli studi il lavoro reintroduce criteri di selezione tra giovani danesi e giovani immigrati. La cittadinanza non nasconde differenze di razza, religione e appartenenza sociale. Inoltre, i giovani danesi hanno mantenuto dentro le loro tradizioni un rapporto anche familiare, mentre i giovani immigrati hanno pagato con la rottura con le loro radici (famiglia, gruppo religioso, ecc.). Quindi si riscoprono discriminati due volte, per lavoro e per cultura, e per di più oltraggiati verso quei valori di provenienza che li portano a dover ricercare un legame perduto con le famiglie. Si scopre così in forme pratiche il torto subito con la falsa modernità borghese e occidentale, e a questo si aggiunge poi la beffa di veder ridicolizzare le proprie tradizioni ed i propri valori di riferimento. La rabbia si trasforma in protesta e in molti casi anche in rivolta.Per questo la rivolta di Malmo si lega a quelle danesi, delle banlieue francesi, dei giovani palestinesi, e non è di difesa di diritti e dell'esistente ma di una sua irriducibile contestazione.

lunedì 5 gennaio 2009

Le nostre risposte alla crisi in Medioriente


Di Giuseppe Quaranta* , da www.esserecomunisti.it del 02/01/2009

Le drammatiche notizie che ci giungono in queste ore da Gaza, oltre a provocare in noi militanti di sinistra indignazione, preoccupazione, angoscia e rabbia, ci portano spesso degli interrogativi, dalle risposte non sempre facili. 

E la domanda non è “ di chi è la colpa ? “, qui c'è poco da discutere. Le responsabilità, non solo in quest'ultima carneficina sono chiare, palesi. Israele e le sue politiche hanno responsabilità inequivocabili. Come tante responsabilità hanno tutti gli Stati dell'occidente che nei decenni hanno appoggiato, avallato, spinto o semplicemente non contrastato le politiche di occupazione violenta di Israele. Per non parlare della sistematica violazione delle risoluzioni dell'Onu da parte di Israele nel silenzio delle stesse Nazioni Unite. 

L'impossibilità dell'equidistanza tra Israele e Palestina, cioè quindi tra oppressore feroce e oppresso è ( o meglio dovrebbe essere ) quindi patrimonio e punto fondante per una sinistra coerente, ma la domanda dalla risposta più difficile rimane quella sul rapporto del movimento internazionale di solidarietà con la Palestina nei confronti di Hamas. Ovviamente, partendo da una considerazione fondamentale e cioè che ogni popolo ha il diritto di scegliersi il proprio governo. Quindi, nei considerare la questione palestinese oggi, non possiamo non legittimare il governo che i palestinesi stessi si sono dati nelle ultime elezioni. 
E la domanda non è neanche quella di chiedersi se sia giusto per un popolo oppresso e sotto occupazione armata resistere nei modi che ritiene opportuni, fa anche questo parte del suo diritto. 
La vera domanda è se in Hamas e quindi nel fondamentalismo islamico si possa trovare la soluzione alla drammatica situazione del popolo palestinese. 

La mole di fuoco piombata su Gaza non ha giustificazione, ciò che sta emergendo da settori della destra italiana ad esempio, per giustificare questa nuova guerra da parte di Israele è a dir poco agghiacciante. E' quanto mai urgente una forte mobilitazione contro queste violenze inaudite, contro questi attacchi dalla ferocia difficilmente eguagliabile. La nostra solidarietà al popolo palestinese deve arrivare in maniera chiara e forte. Ma questa solidarietà, deve essere innanzitutto indirizzata nei confronti del popolo palestinese. 

In un ottica di campi contrapposti – imperialismo Usa-Israele e stati che oggettivamente assumono una funzione antimperialista – viene spontaneo ad alcuni settori della sinistra di “ schierarsi “, nello scacchiere mediorientale con Hamas, con Hezbollah in Libano, con la variegata resistenza irachena ecc. Ma sarebbe sbagliato, semplificare e schematizzare. Si può da comunisti ad esempio, appoggiare acriticamente Hezbollah sapendo che ha decimato il partito comunista libanese ? Si può appoggiare contemporaneamente la resistenza baathista e laica irachena in parte legata alla figura di Saddam Hussein e contemporaneamente appoggiare l'Iran di Ahmadinejad ? Con troppa faciloneria, si rischia di giocare, dai salotti di casa nostra ad un macabro Risiko, dove il nemico del mio nemico è sempre e comunque mio amico. 
La situazione è purtroppo, tanto più complessa e tanto più drammatica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio processo rivoluzionario come è in atto in America Latina, dove è molto più facile individuare l'interlocutore. 

E' evidente, che le difficoltà ( dovute ad elementi però non solo soggettivi ) di una sinistra laica, progressista e radicata nel mondo arabo abbiano favorito da un lato Israele e le sue pulsioni più violente e feroci, dall'altro le organizzazioni fondamentaliste islamiche : non è un caso, che questi aspetti si sono spesso intrecciati. 
Dal finire degli anni settanta, con una forte escalation negli anni ottanta, le varie organizzazioni islamiste a vario livello, furono finanziate dai governi e dalle autorità militari israeliane*, in funzione anti-Fatah proprio per bloccare il processo che avrebbe potuto portare se non alla creazione di uno stato palestinese almeno a condizioni migliori di quelle attuali per i palestinesi. 
In quel periodo, mentre l'offensiva nei confronti di Fatah si faceva durissima e la corruzione di quest'ultima raggiungeva livelli inaccettabili, fiorivano le strutture legate al mondo islamista ( nella sola Gaza nel 1992 le moschee diventano oltre 600 ). I contributi economici che Hamas riceveva in vario modo ( più o meno direttamente dal governo israeliano, nonché dai contributi dell'allora parte più agiata dei palestinesi che versava regolarmente quote all'organizzazione musulmana ), si sono trasformati in welfare diffuso : ospedali, scuole e tutto quello che concretamente conduce ad un reale radicamento tra il popolo. 
La caduta del muro, il crollo dell'Urss di certo non aiutarono le organizzazioni ed i partiti progressisti e laici, in qualche modo legati al movimento comunista e progressista internazionale, avallando ancor di più la tesi che la “ prospettiva islamica “ era l'unica percorribile per il martoriato popolo palestinese. 

Il rafforzamento di Hamas ( dalla storia sempre molto contraddittoria : nel '91 ad esempio, l'organizzazione islamica fu molto timida nel condannare la prima guerra del Golfo, cosa che fecero senza esitazione sia Fatah che Arafat), ebbe come conseguenza il rafforzamento di una destra ancora più feroce in Israele, che è riuscita ormai a permeare anche settori più moderati della politica e della cultura israeliana. 
Da quel momento, i rispettivi rafforzamenti si “ tengono “ : più violenza da parte di Israele, più si rafforza Hamas e se questa cresce, cresce ancor di più la violenza israeliana. 
Hamas, oggettivamente finisce per essere “strumento” del governo israeliano. Non si può non vedere questo drammatico aspetto. In questi tristissimi giorni, questo “ indiretto ” legame tra Hamas e Israele è molto evidente. 
Ora più che mai la guerra appare come uno strumento che favorisce le posizioni più violente, fasciste ( per dirla come Mohammed Nafa'h, segretario del partito comunista israeliano ) della destra e di quasi tutto il mondo politico israeliano : il dramma è che si sta facendo una vera e propria campagna elettorale massacrando centinaia di persone nel silenzio, quando non nell'appoggio della comunità internazionale 

Oggi però, davanti un tale massacro le organizzazioni e i partiti attivi nella resistenza a questa ennesima e vile aggressione devono giustamente collaborare, non possono fare altro : le spaccature sarebbero dannose per tutti. Fa benissimo quindi il FPLP ( Fronte Popolare per la liberazione della Palestina ) a farsi promotore in questi giorni di manifestazioni e raduni unitari**, facendo da “ cerniera “ tra Fatah e Hamas. Ma fa altrettanto bene nel cercare di risollevarsi, nel cercare di creare le condizioni affinchè rinasca una sinistra laica e progressista. 

Il nostro compito ora deve consistere nel condannare il genocidio in atto a Gaza, condannare quei comportamenti che da anni provocano nei palestinesi inaccettabili sofferenze. Oggi, come ieri e come domani, è necessario stare al fianco del popolo palestinese, della sua eroica resistenza, della sua causa, impegnandoci, indignandoci, mobilitandoci. 
Ma sapendo che difficilmente, senza la rinascita in Palestina di una sinistra forte, maggioritaria , realmente progressista e quindi laica si potrà a breve trovare una vera soluzione alla “questione palestinese “. 

* segreteria PRC-SE federazione di Bologna 


note: 

*vedi “ Una guerra empia “ e “ L'Alleanza contro Babilionia “ (Eleuthera ed.) di John K. Cooley ; 

“ Koteret Rashit (ottobre 1987 ) settimanale israeliano 
** intervista a Khalida Jarrar deputata del FPLP al consiglio legislativo da Il Manifesto del 31/12/08 ; 

Per un quadro completo della questione palestinese e della storia della sinistra in Palestina “ PALESTINA 1881-2006. di Fabio De Leonardis (Ed. La città del Sole)