
Da il Messaggero del 31-01-09
LONDRA (30 gennaio) - Dilaga la rivolta nel Regno Unito contro gli italiani, accusati di rubare il lavoro agli inglesi. La Commissione europea intanto si è detta preoccupata per le proteste. «Il mercato unico - ha detto il portavoce dell'esecutivo di Bruxelles Johannes Laintenberger - è un bene non solo per le imprese, ma anche per l'occupazione perché senza di esso non sarebbero stati creati molti posti di lavoro».
Centinaia di lavoratori britannici hanno incrociato oggi le braccia per sostenere i loro colleghidella raffineria Lindsey Oil di Grimsby - nel Lincolnshire, Inghilterra - che da mercoledì manifestano contro la decisione della Total - padrona dello stabilimento - di affidare lavori di costruzione all'azienda italiana Irem.
«Lavoro ai britannici in Gran Bretagna», è lo slogan che unisce i vari picchetti disseminati dalla Scozia al Galles. «Il problema non sono i lavoratori stranieri», ha detto Bobby Buirds, delegato scozzese di Unite, la maggiore sigla sindacale britannica, «ma le aziende straniere che discriminano i lavoratori britannici». In mattinata centinaia di operai della raffineria scozzese di Grangemouth, gigante di proprietà della British Petroleum, hanno scioperato in seguito a una riunione mattutina del collettivo.
Il caso della Irem - che ha vinto un appalto da 220 milioni di euro e ha portato sul posto forza lavoro italiana e portoghese - è diventato quindi la classica goccia che fa traboccare il vaso. «Questa è una battaglia per il diritto di lavorare nel nostro paese: il razzismo non c'entra», dicono i lavoratori. Ieri, però, qualche parola di troppo è scappata. «Gli italiani fanno errori e ignorano le norme di sicurezza», aveva detto un operaio di 29 anni di Grimsby al Daily Express.
Poi c'è la questione salariale: girava voce che gli stranieri «costassero meno». Pettegolezzo prontamente smentito dalla Total, che gestisce l'impianto e che ha subito precisato che i lavoratori dell'Irem verranno pagati ai livelli britannici, nei termini concordati con i sindacati per la preesistente
forza lavoro.
«Siamo costantemente in contatto sia con le nostre maestranze in Inghilterra che con le famiglie qui in Italia. Ovviamente attualmente il cantiere è in stand by ed attendiamo indicazioni da parte della nostra committente», ha detto all'agenzia Ansa Giovanni Musso, vice presidente della Irem. «I nostri lavoratori sul posto ci riferiscono di un clima teso - ha proseguito Musso - ma confidiamo sul fatto che presto la situazione possa far registrare una positiva evoluzione. È anche il caso di specificare come dei 220 milioni di euro complessivi dell'appalto la commessa che la nostra si è aggiudicata è di circa 17 milioni di euro. Quattro mesi la durata dell'appalto con scadenza prevista il 30 aprile».
«Abbiamo iniziato a lavorare all'inizio dell'anno e sino a qualche giorno fa - ha proseguito - non si era registrato alcun problema. Come nostra abitudine abbiamo anche avviato sul posto un proficuo dialogo con il sindacato inglese e con gli stessi lavoratori. Non so spiegarmi sinceramente cosa sia accaduto e cosa possa spostare negli equilibri più generali una commessa di queste dimensioni per un periodo di tempo così contenuto alla quale stanno lavorando un'ottantina di persone, in larghissima parte italiana e qualche portoghese».
«Comprendo l'ansia dei lavoratori britannici per l'attuale situazione economica: anche in Italia i lavoratori sono preoccupati per la crisi. Ma in questo caso l'azienda italiana ha vinto l'appalto rispettando sia le regole britanniche che quelle Ue». Lo ha detto l'ambasciatore italiano nel Regno Unito Giancarlo
Aragona alle telecamere dell'emittente britannica Sky News.
Il caso si sta tramutando in un problema per il governo britannico perché i lavoratori usano come slogan le parole del primo ministro Gordon Brown, che aveva promesso «lavoro ai britannici in Gran Bretagna». «Quello che vogliamo», ha detto oggi un manifestante, «è che Brown mantenga le promesse». La società italiana Irem tuttavia ha vinto correttamente l'appalto dopo aver battuto la concorrenza di sei aziende, di cui cinque britanniche.
Hilary Benn, ministro per l'Ambiente, ha intanto dichiarato che «i lavoratori britannici si meritano una risposta». «Potete capire l'indignazione morale di queste persone», ha sottolineato Derek Simpson, co-segretario di Unite, «che vedono impiegata forza lavoro straniera mentre loro restano disoccupati».
















